Nella catechesi di oggi papa Leone XIV legge le ferite dell’oggi – la «fatica di vivere» – e invita a guarire nella compagnia di Gesù, dove il «toccare» diventa incontro e il «Talità kum» promessa di rinascita.
Prevost avverte: l’evasione non è cura
In una stagione in cui la società archivia le proprie crisi con la parola d’ordine «stanchezza», la catechesi di Leone XIV sull’emorroissa e sulla figlia di Giairo accende un riflettore imprevisto. Il Pontefice non si limita a fotografare il malessere: riconosce «una malattia molto diffusa nel nostro tempo: la fatica di vivere. La realtà ci sembra troppo complessa, pesante, difficile da affrontare». È un’analisi senza anestetici: l’uomo contemporaneo si addormenta nella speranza che, al risveglio, il problema sia svanito. Ma la cura, avverte il Papa, non è l’evasione; è la compagnia di Cristo, grazie alla quale «possiamo affrontare la realtà, insieme a Gesù possiamo farlo bene».

«Toccare il mantello», oltre le etichette imposte dalla società
Sulla strada di Cafarnao, la donna considerata impura rompe il “cordone sanitario” della società e azzarda un contatto clandestino con il Maestro. In quella stretta di fede si consuma la svolta: «La folla mi si accalca intorno, ma la fede mi tocca» – il monito di sant’Agostino che il Pontefice rilancia per svelare l’illusione religiosa di chi «calpesta la superficie delle nostre chiese, ma forse il cuore è altrove». Prevost interroga così l’odierno «toccare» senza aderire: riti rapidi, comunità liquida, impegno a basso costo. Il Papa scardina l’alibi culturale delle etichette – «A volte… ci sentiamo bloccati dal giudizio di coloro che pretendono di mettere etichette sugli altri» – perché una fede sorvegliata non genera vita.
«Non temere»: la pedagogia della speranza
Il secondo quadro si apre quando tutto sembra irrimediabile. Alla notizia della morte, Gesù consegna al padre un verbo al futuro: «Non temere, soltanto abbi fede!». Il Vangelo non ignora la notte, ma le strappa l’ultima parola. Nella casa di Giairo il Maestro pronuncia «Talità kum»; la stanza si fa culla di rinascita e, al tempo stesso, laboratorio educativo. A genitori talvolta spaesati chiede di «dare da mangiare» alla bambina guarita, e domanda: «Quando i nostri ragazzi sono in crisi e hanno bisogno di un nutrimento spirituale, sappiamo darglielo?». Qui la catechesi incrocia l’emergenza di una generazione assetata di senso: in che modo gli operatori pastorali stanno provvedendo a questa porzione di gregge? Il nutrimento spirituale non è opzionale, è la prosecuzione dell’opera creatrice.
Dove muore davvero l’uomo
Nel lessico di papa Prevost la morte fisica è paragonata a un sonno, mentre «la morte vera è quella dell’anima: di questa dobbiamo avere paura!». Il primato dell’interiorità, in tempi di parametri economici assoluti, scuote le statistiche dei successi apparenti. Se l’anima langue, tutto il resto è ipoteca.
L’urgenza di un contatto autentico
La donna emorroissa costringe a ripensare la pastorale del “contatto”: non basta sfiorare il sacro, occorre lasciarsi ferire dall’amore di Dio. Da questa consapevolezza può nascere l’ecologia dei legami: fede che diventa cura, comunità capace di rialzare chi giace, società quale spazio dove nessuno è clandestino della speranza. Il Papa, infine, sigilla la catechesi con un invito che vale come programma: «Impariamo da quella donna, da quel padre: andiamo da Gesù: Lui può guarirci, può farci rinascere. Lui è la nostra speranza!». È la strategia cristiana per il tempo della stanchezza. Al “popolo della fatica” la Chiesa offre un verbo all’imperativo presente: rialzarsi. E dentro quel «Talità kum» si annida la promessa che ogni inverno interiore può ancora fiorire.













