Liliana Porcelli racconta in “Influcancer” i suoi dodici cicli di chemioterapia senza la retorica del guerriero

Liliana Porcelli

Il volume di Liliana Porcelli nasce da una pratica quotidiana di condivisione digitale che ha trasformato l’esperienza della cura in una cronaca collettiva e priva di retorica. Attraverso il neologismo “Influcancer”, l’autrice documenta le tappe di un percorso iniziato nel settembre 2024, quando una diagnosi improvvisa ha sostituito i traguardi sportivi con quelli terapeutici. Il libro non cerca la celebrazione della forza individuale, ma si concentra sull’osservazione lucida della realtà ospedaliera, restituendo dignità e voce anche agli altri pazienti incontrati nei corridoi del reparto di oncologia, il tutto finalizzato al sostegno della ricerca scientifica.

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La nascita di un neologismo tra social e realtà

Bisogna ricalibrare le aspettative quando si apre un libro che si presenta con un titolo come “Influcancer”…è un libro scomodo, e per questo interessante: il resoconto settimanale, prima pubblicato in tempo reale su Facebook e poi raccolto in volume, di dodici cicli chemioterapici affrontati da una donna che si rifiuta di indossare “l’armatura del guerriero” per vantare una resistenza sovraumana sui Social. Liliana Porcelli, pugliese di Bisceglie trapiantata a Milano da oltre vent’anni, dirigente nel network Deloitte e runner amatoriale, sceglie il neologismo “Influcacer” per descrivere se stessa con un’autoironia disarmante.

Il diario delle dodici settimane e il valore della diagnosi precoce

Il termine nasce per gioco e diventa un vero e proprio stile, anzi dovremmo dire un programma editoriale, fino a coniare una sorta di sottogenere narrativo in cui la condivisione social diventa terapia introspettiva e, insieme, gesto pubblico verso chi vive la stessa esperienza. Il libro, edito da Piemme con il sostegno di Fondazione Deloitte, devolve almeno la metà dei proventi alla Fondazione AIRC, un motivo in più per leggerlo. Si articola in dodici capitoli, uno per ciascuna settimana di chemioterapia, preceduti da una “Settimana zero” in cui Porcelli ricostruisce il momento della diagnosi, arrivata il 23 settembre 2024 durante un check-up di routine prenotato per partecipare alla mezza maratona di Roma. Quel giorno interrompe i programmi di una vita fatta da allenamenti e routine famigliare…le viene diagnosticato un tumore con marcatori che lo collocano in una tipologia aggressiva.

Oltre la retorica della forza: il racconto dei pazienti

Il momento che trasforma la vita di Liliana è riassunta nella frase del professore, riportata senza filtri: «La notizia positiva è che l’abbiamo preso bambino». Così inizia la cronaca, che alterna il racconto delle infusioni a flash autobiografici, ricordi di infanzia, ritratti dei compagni di cura e riflessioni che evitano accuratamente (menomale!) la retorica del combattimento….Porcelli sa, e lo dice con onestà, che chi affronta queste cure non ha scelto di essere forte ma è stato semplicemente catapultato in una situazione senza alternative. Da questa lucidità nasce la cifra del libro: un’osservazione partecipe che mescola il sarcasmo di chi è cresciuta nel Sud a citazioni colte, dal Vasco Rossi delle radio di provincia a Dante davanti alla porta dell’inferno alla parabola dei talenti raccontata dal padre. I capitoli più riusciti, almeno a parere di chi scrive, sono quelli in cui l’autrice abbandona il proprio diario per ascoltare gli altri pazienti…c’è Daniela, l’avvocata sessantenne con un tumore alla lingua che non smette di parlare nemmeno con un cerotto di morfina in bocca; c’è Alfredo, signore distinto con cappotto color cammello e cappello Borsalino, che le confida una vita intera vissuta inseguendo i sogni altrui e le lascia in eredità una formula che vale il prezzo del libro: «La vita va allargata… se non si può allungare!»; c’è Alessandra, sarda di Milano sospesa fra una mastectomia e l’addio al sogno di un figlio; c’è la signora Cinzia, atea convinta che un giorno semplicemente non torna più in reparto, lasciando dietro di sé un saluto che la narratrice non ha saputo decifrare.

Una testimonianza per chi cura e per chi accompagna

Sono ritratti misurati, mai elegiaci, in cui Porcelli riesce a far parlare il reparto di oncologia come uno spazio in cui le inibizioni cadono e ognuno consegna a uno sconosciuto pezzi di vita che fuori non racconterebbe. Funziona perché l’autrice racconta senza “intervenire”, e quando interviene lo fa con la stessa sincerità con cui descrive il proprio rapporto conflittuale con lo specchio, le sopracciglia diradate, la menopausa indotta, il foulard maculato comprato d’impulso. Il libro è “gustoso” perché, in fondo, non si prende mai del tutto sul serio, e la promessa del titolo viene mantenuta fino in fondo…l’ultimo capitolo, dedicato alla Stramilano del 23 marzo 2025 percorsa al passo sotto la pioggia con la famiglia, chiude il cerchio senza fanfare. Si tratta di una pubblicazione che si può consigliare per ragioni diverse a lettori diversi…a chi vive la malattia, perché smonta l’idea che esista un solo modo giusto di affrontarla; a chi le sta accanto, perché racconta cosa significa quel «ti voglio bene» che spesso si fatica a pronunciare.

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