Avvenire di Calabria

Da qualche mese sono state accolte dalla parrocchia dei francescani di Reggio Calabria: la paura è ancora nei loro racconti

In fuga per il futuro dei loro figli: il racconto delle mamme-coraggio dell’Ucraina

La decisione presa: «Ho deciso di scappare con i miei figli quando sotto i sotterranei hanno detto: “Mamma andiamo via”»

di Federico Minniti

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Oggi in edicola vi proponiamo la storia di quattro mamme-coraggio fuggite dalle bombe in Ucraina. Attraverso le loro parole potrete provare lo sgomento e la paura che la guerra ha lasciato come segni indelebili, ma anche la grande (e speranzosa) forza per mettere in salvo i propri figli.

Festa della mamma, il coraggio di chi scappa dalla guerra in Ucraina

Non nascondono la loro commozione quando pensano alle case lasciate in fretta e furia. «Chissà se i bombardamenti le risparmieranno» ci dicono con un sorriso amaro. Oggi vivranno la Festa della Mamma a tremila chilometri di distanza dal loro paese, l’Ucraina in guerra da oltre tre mesi.


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Sono arrivate da Odessa e Nikolaev, due dei fronti più caldi, rispettivamente a fine marzo e metà aprile. Sono quattro donne che, da alcune settimane, vivono presso il Convento dei frati di San Francesco d’Assisi a Reggio Calabria. Mila, Lidia e Marina sono scappate assieme ai loro figli, quattro ragazzi che hanno ripreso le lezioni scolastiche in Dad.

Oksana, invece, è lontana dai suoi affetti: mamma e nonna vive nell’attesa costante di notizie positive da Odessa. «Purtroppo non è così - si lascia sfuggire Mila - le nostre città si stanno preparando all’ultima offensiva, costruendo barricate di sabbia e provando a razionalizzare l’acqua che scarseggia in quanto i militari russi hanno distrutto l’unica diga che approvvigionava i centri urbani».

Alle notizie angoscianti che giungono dall’Ucraina si aggiungono i traumi dei primi giorni di bombardamento: «Tante volte sentiamo volare un aereo ed è istintivo avere paura. Lo stesso è se sentiamo sbattere qualcosa. Non so per quanto tempo ci porteremo dietro tutto questo», dice Lidia.

Eppure lei è partita sola con due bambini, trovando luoghi di fortuna dove dormire in Moldavia. Poi l’arrivo in Italia: «Non nascondo che quando scendevamo in pullman da Milano a Reggio Calabria non sapevo se essere sollevata o meno. Dopo la prima notte passata qui, ho capito di essere finalmente al sicuro».


PER APPROFONDIRE: Da Kiev a Reggio Calabria, il racconto: «Le nostre case bombardate»


Sono mamme coraggiose che, però, non nascondono la loro paura. Spesso si confidano con le donne di Reggio Calabria che stanno accanto a loro durante questa esperienza in fuga dalle bombe.

Tra loro c’è Matilde, parrocchiana e volontaria a San Francesco d’Assisi. «Ha sempre una parola dolce per noi» dice commossa Oksana. Ad aiutarci nella traduzione c’è un’altra donna: Irina. Il saloncino dei frati sembra un focolaio dove la speranza riscalda i cuori di queste donne che guardano con angoscia a quanto sta accadendo nel cuore dell’Europa.

Nelle loro parole, però, non troviamo neanche velatamente nessuno dei temi che animano i commentatori del conflitto. «Ai nostri figli non è stato difficile spiegare la guerra perché l’hanno vista coi loro occhi» aggiunge Marina.

Le quattro donne ucraine stanno studiando l’italiano: non sanno ancora per quanto tempo non potranno tornare nel loro paese. «Può sembrare assurdo, - afferma Lidia - ma tante volte penso che sto vivendo un incubo. Vorrei svegliarmi e vedere come non sia veramente successo tutto questo».

Donne forti, capaci di farsi carico del futuro dei loro figli. Donne che hanno dovuto imparare a scappare nei corridoi quando sentivano gli spari, «stare vicino alle finestre era troppo pericoloso» o infilarsi nei sotterranei dei palazzi: «Proprio quando eravamo lì sotto - spiega Mila - mio figlio mi ha detto: “Mamma andiamo via”».

Poche parole che sono bastate per fare un carico di coraggio. Oggi è una festa della mamma insolita, è vero. Ma per Mila, Lidia, Oksana e Marina è una domenica in cui poter guardare il cielo senza avere paura che cada una bomba sopra la loro testa. E per questo sono grate.

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