Tra palleggi improvvisati e una meditazione sulla libertà interiore, la Gmg diocesana di Reggio Calabria con monsignor Fortunato Morrone diventa un appello a vivere l’oggi senza paura, con i piedi per terra e il cuore libero da ogni idolo.
Gioia e accoglienza alla Gmg diocesana di Reggio Calabria
È iniziata così, tra qualche passaggio di pallone improvvisato e un sorriso di sincera accoglienza, la mattinata della Gmg diocesana di Reggio Calabria – Bova. Monsignor Fortunato Morrone non si è sottratto al gioco, letteralmente e metaforicamente, ammettendo di essersi quasi dimenticato dell’anagrafe in mezzo a tanto entusiasmo, salvo poi richiamare sé stesso a un sano realismo: «Guarda che non sei un ragazzino!». Eppure, proprio quel «brio» e quella «effervescenza» sono stati il punto di partenza per una riflessione che ha assunto i toni di un dialogo paterno e radicale, dritto al cuore dei ragazzi radunati prima della celebrazione eucaristica.
Vivere la giovinezza con profondità e umiltà
L’invito dell’arcivescovo è stato un inno alla vita, ma senza sconti sulla necessità di viverla in profondità. Ha esortato i giovani a non sprecare neanche un istante della loro stagione migliore: «questa età che vivete, che è bella effervescente, godetevela tutta», ha ribadito con forza, chiedendo però di farlo con intelligenza e non in modo superficiale. C’è un richiamo forte al contatto con la realtà, all’umiltà intesa come legame con la terra, l’«humus» da cui proveniamo. In un mondo che spinge a stare costantemente con la testa tra le nuvole o immersi in realtà virtuali, il presule ha chiesto di tenere i «piedi per terra», ricordando che anche gli adulti, vescovo compreso, hanno bisogno di lasciarsi accompagnare e di imparare dallo «sguardo» e dalla «simpatia» dei più giovani.
Libertà, identità e nuove schiavitù digitali
Monsignor Morrone ha poi toccato il tema della libertà e dell’identità, scagliandosi contro le nuove forme di schiavitù mentale, ha messo in guardia i ragazzi dai rischi di un uso passivo della tecnologia: «Con questa Intelligenza Artificiale ci stanno imbambolando. Ti stanno rubando il cuore, non soltanto la mente». L’appello è a non delegare mai la propria unicità e a recuperare la fierezza del primo comandamento che libera da ogni sottomissione umana o digitale: «Non piegare la testa a nessuno». Che si tratti di idoli mondani, di potere o di tecnologie, il monito è chiaro: «Non farti idoli», perché la dignità di ciascuno è irripetibile e non può essere svenduta, nemmeno di fronte a figure autorevoli. «Tu sei irripetibile», ha scandito, invitando a diffidare di chiunque cerchi di sottomettere gli altri con la logica del dominio.
Cristo Re e la logica paradossale del dono di sé
La riflessione si è poi intrecciata con il senso profondo della solennità di Cristo Re, presentata ai giovani con una provocazione teologica audace. Il vescovo ha descritto Gesù non come un trionfatore secondo le logiche umane, ma come qualcuno che muore «cacciato fuori dalla convivenza umana». «Noi adoriamo un fallito», ha detto senza mezzi termini, per spiegare che la vera regalità cristiana ribalta la logica del mondo. Se i potenti ragionano secondo il principio «Morte tua, vita mia», distruggendo e sottomettendo, la logica di Cristo impressa nel Dna profondo dell’uomo è «mors mea, vita tua»: la capacità di donare la vita per amore. È in questo dono di sé, libero e non sottomesso, che risiede la vera bellezza dell’essere figli di Dio.
Giovani di Reggio Calabria protagonisti dell’oggi della Chiesa
A conclusione dell’incontro un mandato di responsabilità immediata. Non c’è spazio per rimandi o per proiezioni in un futuro lontano: l’arcivescovo ha chiesto ai giovani di “alzare l’asticella” e di non accontentarsi, ricordando loro che la vita va spesa adesso. «Oggi, non domani. Oggi!», ha esclamato, richiamando la promessa di Gesù al buon ladrone. Il futuro non è una promessa vaga, ma si costruisce nell’impegno presente, nel condividere la gioia e le energie proprio in questo momento storico. I giovani di Reggio Calabria sono usciti dall’Aula Magna con la consapevolezza di non essere il domani della Chiesa, ma il suo presente più vivo, chiamati a non piegare mai la testa se non per servire e amare.










