Pandullo: «Il primo miracolo di Natuzza»

Se poteste scrutare, come in un’inquadratura di telecamera, qualcuno dei gruppi di persone, nel video dell’immensa folla che ha partecipato all’avvio della causa di beatificazione, nella spianata di Paravati, forse scoprireste ciò che a me è sembrato di scoprire, a proposito della spiritualità di Natuzza. Soprattutto se la telecamera, saltando di primo piano in primo piano, come in un gioco digitale del futuro o già del presente potesse rivelare, dietro ogni volto, la storia che ne ha mosso i passi verso la villa della Gioia, il 6 aprile scorso.

Ecco il gruppo degli ammalati. Loro condividono fisicamente la sofferenza che Natuzza conobbe a fondo. La offrono al Signore, chiedendogli la forza di sopportarla, la grazia di lenirla, il miracolo di superarla. Ecco un gruppo di adulti. Eppure non sono solo donne, ci sono tanti uomini. Ma ecco la signora – non è avanti negli anni – che mi ha detto di aver conosciuto Natuzza e di essere stata conquistata dalla sua umanità e dalla sua umiltà: «Ci ha indicato la strada che porta a Gesù e alla Madonna, ha messo un grande seme nei nostri cuori». Tanti giovani formano l’inquadratura di un altro gruppo. Quello coi capelli sfumati ai lati e gli occhi verdi non ha nemmeno 18 anni. Viene a Paravati con la sua parrocchia da quand’era un bambino e continuerà a venire sempre. Dice che l’affetto terreno di Natuzza non c’è più, ma ce n’è uno più grande, che non si vede ma si sente. L’obiettivo scorre verso il muretto che perimetra la grande piazza, ancora giovani davanti la telecamera. Come quella con gli occhiali e i capelli ricci e color mogano, non l’ha conosciuta ma frequenta i Cenacoli: «Da lei ho imparato a vedere la vita in modo diverso, con amore, con semplicità». Nello spazio dei giornalisti ritrovo Nadia, dice che Natuzza è una donna del nostro tempo: «Ci sono ancora tanti testimoni, infatti. Perché attira tanto? Perché tutti si possono riconoscere in lei: moglie, mamma, amica, suocera, nuora, nonna. Perché tutti amiamo e tutti soffriamo, però lei ci insegna amare, pure soffrendo».

Il 6 aprile è iniziata la causa di beatificazione e si è verificato, al tempo stesso, il primo, essenziale miracolo di Natuzza, quello cioè di essere stata e continuare ad essere uno strumento che porta migliaia e migliaia di persone al Signore tramite Maria, la preghiera, i suoi comandamenti. Un domani non lontano si tornerà a parlare con forza delle stimmate che questa donna, umile al punto da definirsi “verme di terra”, viveva sul suo corpo durante la Settimana Santa; delle scritte, anche in aramaico, che sui fazzoletti si formavano col suo sangue. Si tornerà a parlare di fenomeni come la bilocazione, delle apparizioni riportate fin nei dettagli, o dell’angelo che lei vedeva sulla spalla di ciascun pellegrino. Dei morti di cui si venivano a chiedere notizie, che lei incontrava nell’al di là.

Torneranno presto in evidenza le grazie e i miracoli ricevuti per intercessione di Natuzza: in tanti, sono già pronti a testimoniarli. Ma intanto, il Tribunale diocesano raccoglierà i segni delle virtù cristiane esercitate da Natuzza in modo eroico. Parte tutto da qui, da un destino comune che ci vuole santi.

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