Avvenire di Calabria

Cosa si intente per Pentecoste? In quale periodo dell'Anno Liturgico si colloca? Che differenza c'è tra la festa ebraica e quella cristiana? Lo spiega il liturgista

Pentecoste. Unità, carità e gioia: compagne di viaggio del rinnovato cammino

La riforma liturgica del Concilio Vaticano II ha purificato le celebrazioni della Chiesa di rito romano e ha ristabilito le sfumature ed i significati sia biblici che della prima patristica

di Nicola Casuscelli

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Siamo soliti attribuire al termine Pentecoste la celebrazione che l’Anno Liturgico colloca al cinquantesimo giorno dopo la domenica di Resurrezione e al decimo dopo l’Ascensione. Eppure, per Pentecoste si intende esattamente: l’intero tempo/evento di otto domeniche di Pasqua, la cui prima è chiamata Domenica di Resurrezione e l’ultima Domenica di Pentecoste.

La festa cristiana prende il nome di quella ebraica. Ciò è dato perché il fatto raccontato della prima esperienza ecclesiale (piena, consapevole ed attiva) dello Spirito Santo, descritto negli Atti degli apostoli (Cf At 2), è accaduto sul finire di quella festa giudaica chiamata in greco “Pentecoste”, Shavuot in ebraico. Benché il nome della festività di Israele coincida con quello dato poi dalla Chiesa, di fatto la festa ebraica non ha per contenuto il dono dello Spirito Santo. Per i giudei la festa coincideva originariamente con l’offerta delle primizie del raccolto (cf Lv 23).


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Successivamente ad essa fu dato un significato spirituale con diversi nomi, tra cui “Festa dell’alleanza” e “Festa della rivelazione”, la prima legata all’alleanza di Yahweh con Noè, sul monte, nel segno dell’arcobaleno (cf Gn 8-9) e la seconda nel dono della Torah sul monte, il Sinai, a Mosè (cf Es 19) rivelando così il suo volere attraverso le Parole di vita, i comandamenti. Nell’evento del patriarca riconosciamo le lontanissime origini di Abramo mentre con la Torah Dio dà a quei raminghi “il segno” ed “il metodo” della loro unità, la Legge, attraverso la quale possono diventare un popolo: il popolo che Dio si è scelto e al quale si compiace di rivelare il suo volere. Secondo 2 Cr 15,10-14 essa è una festa con un giuramento e secondo il Targum è la “Festa delle settimane”.

Se questa era la festa di Pentecoste per l’Israele rabbinico, e che per l’occasione si radunavano a Gerusalemme gli ebrei della diaspora, il fatto della discesa dello Spirito Santo sui discepoli di Gesù sul finire di quel giorno ci introduce effettivamente al completamento della Rivelazione trinitaria.

Il Padre ha mandato il Figlio perché Questi doni lo Spirito con la missione di riunirci a Cristo affinché con Cristo e per Cristo adoriamo Dio secondo la relazione nuova di paternità (divina) – figliolanza (adottiva). Ritornando al pensiero iniziale del secondo capoverso dell’articolo, con “Pentecoste” la Chiesa intende non un giorno isolato dell’Anno Liturgico, ma l’intero periodo della cinquantina pasquale, durante la quale la gioia, come frutto dello Spirito Santo, ha un posto centrale. Infatti, siamo nella gioia perché Cristo è risorto e davanti a lui esultiamo, nello Spirito Santo.

«I cinquanta giorni a partire dalla domenica della Resurrezione fino a quella di Pentecoste sono celebrati nella gioia e nell’esultanza, come se si trattasse di un solo giorno di festa, o meglio di ‘una’ sola grande domenica» (Norme universali dell’Anno Liturgico). La Pentecoste storica inizia un tempo nuovo, dove la novità consiste nel camminare attraverso giorni e affrontando eventi da “rinnovati nello Spirito Santo”. Se quello che racconta Luca negli Atti è avvenuto in un giorno temporale della storia dell’umanità e della stessa Chiesa, irripetibile ovviamente perché appartiene al passato, gli effetti della Pentecoste si rinnovano sempre.

La parresia, le visioni, le profezie, le guarigioni, i miracoli, la comprensione degli idiomi linguistici, le conversioni, l’amore ardente per Dio ed i fratelli, la comprensione delle Scritture, e soprattutto l’unità dei figli di Dio (tanto invocata dall’eucologia della domenica di Pentecoste!), in una vita vissuta in totale adesione e sequela del Vangelo, sono doni e segni che dicono inequivocabilmente la presenza dello Spirito Santo sulla Chiesa, ma anche sull’umanità giusta. Se diciamo che il Kerygma è la professione della fede in Cristo che ha patito, è morto ed è risorto, non dobbiamo assolutamente dimenticare di aggiungere anche «e che ha inviato lo Spirito Santo»: per questo il Padre ha mandato il Figlio. La riforma liturgica del Concilio Vaticano II ha purificato le celebrazioni della Chiesa di rito romano e ha ristabilito le sfumature ed i significati sia biblici che della prima patristica.


PER APPROFONDIRE: Oggi è la Pentecoste, cosa si celebra


All’uomo contemporaneo lo Spirito Santo si ripropone oggi attraverso la via dell’unità e della carità, della gioia pasquale dei cristiani, dei segni e dei simboli, non sorprendenti come molti di quelli narrati negli Atti, ma nei sacramenti, dove il visibile degli effetti della grazia invisibile che genera la salvezza è concesso di vedere, nella sua verità, solo a chi ha una coscienza retta, a chi è disponibile alla sincera ricerca della verità e a chi segue il Signore Gesù in spirito e verità. Il significato della Pentecoste è «qui sacramentum pascale consummans» (Cf prefazio di Pentecoste): ossia offre e completa gli effetti della Pasqua: dà l’adozione a figli per mezzo dello Spirito Santo, nel quale è possibile gridare al Padre con «Abbà», e rende così eredi di Dio, coeredi di Cristo (Cf Rom 8).

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