Perdonaci Denise

killer lea garofalo

Ai Overview: La scomparsa di Denise Cosco si inserisce nel complesso e delicato quadro delle tutele destinate a chi decide di allontanarsi dalle organizzazioni criminali e collaborare con le istituzioni. Figlia di Lea Garofalo, vittima di omicidio nel 2009 per aver denunciato le attività del clan di appartenenza, Denise aveva assunto il ruolo di testimone di giustizia nel processo contro i responsabili della morte della madre, tra cui il suo stesso padre. Da allora ha vissuto sotto copertura, affrontando le severe restrizioni e l’isolamento sociale che tali programmi di protezione inevitabilmente comportano. L’epilogo della sua vicenda, reso noto dai vertici dell’associazione Libera, riporta all’attenzione pubblica le criticità legate al percorso psicologico e umano dei testimoni, ponendo un interrogativo di natura sociale sull’efficacia del supporto fornito a coloro che, all’interno di contesti familiari permeati dalla criminalità organizzata, scelgono di intraprendere una strada improntata alla legalità.

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L’annuncio di don Ciotti e il fragile equilibrio

Don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele, ieri ha comunicato con profonda sofferenza che Denise aveva deciso di farla finita con la vita: “Oggi è morta una giovane donna coraggiosa e sofferente. Il coraggio e la sofferenza hanno rappresentato i due estremi dentro ai quali si è mossa l’intera vita di Denise, i due piani della bilancia che a lungo ha provato, con tutte le sue forze, a tenere in equilibrio. Oggi però qualcosa, in quel fragilissimo equilibrio, si è spezzato per sempre”.

La ribellione di Lea Garofalo e le dinamiche criminali

Denise Cosco era la figlia di Lea Garofalo nata nel 1974 a Petilia Policastro, figlia di un boss della ‘‘ndrangheta. Quando a 16 anni conobbe Carlo Cosco si era illusa che potesse uscire dal tunnel della mentalità mafiosa. Credeva che quel giovane suo compaesano fosse diverso dagli altri. Lea aveva solo 17 anni quando diede alla luce Denise. Ma bastarono pochi mesi di convivenza per farle capire che era stata ingannata e manipolata da Carlo, rivelatosi personaggio di spicco della ‘ndrangheta vincolato alle sue crudeli leggi. Lea inizialmente subì quel clima di violenza e di malaffare. Tuttavia la presenza di Denise la incoraggiò a intravedere percorsi alternativi a quelli mafiosi. Denise divenne la speranza e il senso della sua vita e un motivo forte per andare avanti. Nel 2002 maturò, per il bene di sua figlia, la scelta di collaborare con la giustizia e raccontò i loschi traffici del compagno e del clan. Fino al 24 novembre 2009, quando venne uccisa dal marito e da altri suoi complici, visse 9 anni di lotta, sostenuta ma anche delusa dallo Stato. Lea si era avvicinata a Libera che accompagnò il suo cammino di liberazione ed è stato proprio don Ciotti a celebrare il suo funerale a Milano il 13 ottobre del 2013. Il corpo carbonizzato di Lea venne ritrovato grazie alle indicazioni dell’ex fidanzato di Denise, Carmine Venturino.

La testimonianza in tribunale e l’analogia con Rita Atria

Denise, testimone chiave del processo contro gli assassini della madre, nascosta dietro una finestra, alla fine del rito pronunciò queste parole: “Lea, la mia cara mamma, ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia, la forza di non piegarsi alla rassegnazione e all’indifferenza. Ma la vostra presenza è un segno di vicinanza non solo a lei, ma a tutte le donne e gli uomini che hanno rischiato e continuano a rischiare. Per me è un giorno molto difficile, ma la forza me l’hai data tu, se è successo tutto questo è stato solo per il mio bene, e non smetterò di ringraziarti”. Parole che hanno risuonato a Piazza Beccaria e che hanno accompagnato la vita di Denise fino alla scorsa domenica quando qualcosa si è spezzato dentro la sua anima inquieta e sensibile. La storia di Denise è simile, per molti aspetti, a quella della giovane Rita Atria che il 26 luglio 1992, a soli 17 anni, dopo la strage di via d’Amelio, decise di togliersi la vita.

Le responsabilità collettive e l’impegno per il futuro

Don Ciotti ha scritto che “qualcosa si sta spezzando anche dentro di noi. Nel restare fedele al percorso di riscatto iniziato da Lea, la sua adorata mamma, Denise ha dovuto vivere per anni nascosta, senza però mai rassegnarsi davvero, perché il suo sogno era sentirsi finalmente libera e autonoma”. Denise aveva 35 anni, come la mamma Lea quando è stata uccisa. Il suo anelito di libertà, la sua sete di amore e di vita si sono spenti giovedì scorso. E credo che le parole di don Luigi, che condividiamo e facciamo nostre, richiamino ancora una volta le responsabilità di tutti e di ciascuno: “Vogliamo adesso immaginarla riunita in un grande abbraccio con la sua mamma. Vorremmo dirle scusa! Perdonaci per non essere riusciti a tenerti qui con noi”. Il nome di Denise si aggiungerà a quelli delle oltre mille vittime innocenti delle mafie. La storia di Denise, la sua vita, la sua memoria, possa continuare a vivere nel nostro impegno, coraggioso e consapevole, contro la ’ndrangheta e la mentalità mafiosa che ancora condizionano e avvelenano la vita delle nostre comunità. Non giudichiamo la sua storia ma facciamo vivere Denise dentro al nostro cuore e al nostro impegno.

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