Ai Overview: Le espressioni della pietà popolare, e in particolare le processioni dedicate ai santi patroni, costituiscono una dinamica di primaria importanza e al contempo complessa all’interno della vita cattolica contemporanea. In un panorama sociale interessato da una diffusa secolarizzazione e da una contrazione della pratica religiosa ordinaria, le celebrazioni di piazza mantengono intatta la loro forte capacità di aggregazione. Si tratta di momenti che si collocano al confine tra la genuina necessità di una spiritualità tangibile da parte della comunità e il rischio, spesso evidenziato dalle stesse gerarchie ecclesiastiche, di scivolare verso derive puramente folcloristiche, superstiziose o persino legate a strumentalizzazioni di carattere civile e criminale. La recente festività in onore di San Fantino il Confessore, svoltasi a Lubrichi, una piccola frazione preaspromontana situata nella diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, ha fornito un esempio analitico interessante. L’appuntamento ha infatti visto lo svolgimento di un rito pubblico condotto con profonda sobrietà e compostezza, privo di quegli sfarzi che spesso ne inquinano il significato, restituendo così assoluta centralità alla preghiera. Un simile approccio dimostra la possibilità di declinare la devozione in un vero e proprio strumento di riavvicinamento pastorale, ponendosi in stretta continuità con le indicazioni del magistero pontificio sulla concreta valorizzazione evangelica della fede del popolo.
Il culto delle immagini
La tradizione spirituale cristiana è molto legata al culto delle immagini, una religiosità naturale in cui immagini scultoree e visive accompagnano la fede, la sostengono, nell’espressione della voglia di presenza di Dio, di trascendenza. Il santo patrono o la santa patrona, vengono visti come medium simbolici, e la religiosità popolare /pietà popolare, rispondono alla secolarizzazione e all’indifferenza religiosa, in un tempo in cui eventi religiosi riempiono le chiese mentre in altre occasioni i banchi sono vuoti. È chiaro che di fronte al fenomeno delle statue e delle processioni, c’è una certa ambiguità. Se da un lato, è evidente un bisogno fisico dell’immagine visiva, di toccare, di entrare in relazione, c’è una richiesta di spiritualità che parte dal basso, dall’altro, derive spettacolari e folkloristiche, con abusi che scadono nell’idolatria e nella superstizione, non possono essere sottaciuti e ne “disturbano la fede popolare”. Si è parlato spesso di “purificazione”, di “cura”, di “accompagnamento”, di “catechesi”, ma cadiamo nella retorica quando i pastori hanno abbandonato questo oneroso e faticoso dovere e impegno per una inculturazione del cristianesimo nella memoria evangelico-cristiana.
San Fantino il Confessore
Premessa che vuole introdurre alla processione di un santo locale, San Fantino il confessore (o juniores) in una piccola località preaspromontana della diocesi di Oppido M.-Palmi, Lubrichi, frazione del comune di Santa Cristina d’Aspromonte. Innanzitutto raccontiamo un po’ la storia del santo[1] di cui si hanno poche notizie, e grazie ad un libretto ad uso interno, Culto e Storia di San Fantino Confessore datato 1925, scritto dall’allora canonico e arciprete Carmelo Formica e poi ristampato, riporta alcuni cenni sulla vita del santo, preghiere e inni. Siamo intorno al IX secolo, Fantino probabilmente originario della provincia di Reggio Calabria, – il martirologio romano menziona il santo -, e grazie ad un carteggio avvenuto tra il 27 agosto e il 4 settembre 1907, tra l’allora curato Formica e il superiore dei basiliani di Grottaferrata, si è potuto raccogliere qualche informazione. “I genitori sin dall’adolescenza, lo consacrarono al Signore. Visse una vita più evangelica che umana. La sua vita era quella della contemplazione e godeva di momenti di estasi con visioni di scene evangeliche. Si ritirava tra i monti e poi predicava ai popoli Gesù Cristo e l’amore verso il prossimo. La sua vita, caratterizzata da tanti miracoli, poi lo portò come esule in Grecia, a causa dalle scorribande dei saraceni che infestavano le coste calabre, e qui morì, a Tessalonica. Il suo culto e la sua festa commemorativa si celebra a Lubrichi il 31 luglio”. Occorre precisare che non deve essere confuso con altri santi di nome Fantino, come quello della vicina Taureana, anche se a volte nei racconti le loro vite si intersecano.
Le processioni
Ritornando alle processioni religiose, croce e delizia dei pastori, sicuramente sono dei momenti di “fede” che purtroppo rimangono isolati e lontani a volte dai valori cristiani, esse non possono essere lasciate in ostaggio di gruppi improvvisati oppure strumentalizzate dalla cosiddetta religione civile, quando non interferisce anche la criminalità locale di stampo ‘ndranghetista. Non mancano diversità di vedute tra clero e laici, un conflitto dove si scontrano due tipi di cristianesimo, tra la religione ufficiale e quella degli atei devoti o credenti non praticanti, dove spesso, questi cedendo a strumentalizzazioni, manifestano gesti e atteggiamenti che lasciano strada a sentimenti ed emozioni se non a forme magico-idolatriche. Giorno 31 luglio, niente di tutto ciò è accaduto in questo piccolo borgo popolato da un centinaio di anime, quasi un unicum. Dopo la santa Messa, nella massima semplicità e compostezza, in un clima di festa, tra vicoli e vie principali del borgo, si è assistito ad un vero momento di preghiera. Tutto si è svolto in serenità e serietà, senza sfarzi ed esagerazioni che farebbero “sudare” il santo stesso. Il santo patrono è sceso dall’edicola in mezzo al suo popolo, si è fatto compagno ed intercessore dei devoti, nel tributo festante i cui canti ascendevano nelle altissime potenze. La processione ha seguito sempre il medesimo svolgimento e ordine gerarchico: il clero, il simulacro, le autorità, il popolo, alternati da preghiere e dalla banda musicale, conducendo alla conclusione coreografica dei fuochi pirotecnici. La festa del patrono è l’unico momento dell’anno tanto atteso per l’esplosione sociale e sentimentale del devoto, un momento catartico e liberante, spesso fine a sé stesso, quando è assente quanto dicevamo in precedenza e non vogliamo essere ridondanti. Di fronte alla de-crescita della pratica religiosa, oramai sotto gli occhi di tutti, anche dei costumi e della privatizzazione del religioso, la pietà popolare rappresenta il baluardo contro la desertificazione dei valori cristiani. I pastori non dovrebbero trascurare questo kairos che una volta all’anno possono prendere contatto con il popolo o la religione del popolo e proclamare il vangelo di Gesù Cristo.
Magistero
San Paolo VI, nell’Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi (1975) affermava che la religiosità popolare/pietà popolare è «un aspetto dell’evangelizzazione che non può lasciare insensibili» (n. 48). Quando ben evangelizzata, curata, accompagnata e orientata, asset di una intelligente inculturazione, con grande sacrificio e abnegazione dei pastori, conduce a un vero incontro con Gesù Cristo. C’è un vago bisogno di sacro, che fa parte della religiosità naturale, la festa del santo, la processione, non rientrano solo nei momenti di evasione e di liberazione, ma divengono un “luogo teologico” che interroga. Papa Francesco nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (2013), ebbe a dire: «le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci .. sono un luogo teologico». Ogni processione religiosa è un laboratorio antropologico esperienziale e religioso, di una grande varietà dell’animus popolare, culturale, sensoriale, e forse, prendendo esempio da questi piccoli luoghi, periferici ed esistenziali, si può apprendere la bellezza di una fede popolare, cioè del popolo, semplice, umile e testimoniale.
[1] G. MUSOLINO, Santi eremiti italogreci. Grotte e chiese rupestri in Calabria, Soveria Mannelli, 2002, 71-76.
* Sacerdote della diocesi di Oppido – Palmi e direttore responsabile di Acqua Viva News.












