Reggio Calabria. L’Ac diocesana: «Riace paradigma di fraternità»

Ama il prossimo tuo… È te stesso. In questi anni l’accoglienza ce l’hanno raccontata i sorrisi, le lacrime, le mani forti, le spalle larghe, i piedi infaticabili, i calci al pallone e il cuore generoso di tanti nostri soci che hanno portato i colori e le storie di paesi lontani nei gruppi parrocchiali e agli appuntamenti diocesani. E lo hanno fatto in virtù della formazione ricevuta in AC e grazie alla quale hanno maturato la consapevolezza che si può essere cittadini del Vangelo fra piazze e campanili (come recitava uno slogan associativo di qualche anno fa) e anche sulla banchina di un porto, fra le mura di una casa di accoglienza o nella piazza dietro le sedi della parrocchia.
 
Se è vero che lo specifico dell’AC è formare le coscienze perché ciascun socio possa rispondere alla propria vocazione particolare nelle scelte quotidiane, è pur vero che in questi giorni di acceso dibattito, proprio quello specifico educativo ci sollecita a dire una parola che rappresenti l’intera associazione.
 
La cronaca recente ci mette davanti ad una questione diversa e ben più profonda rispetto alle eventuali responsabilità dei singoli: il valore dell’accoglienza tout court. In questo comunicato non intendiamo entrare nel merito di questioni complesse dal punto di vista giuridico ed amministrativo che riguardano la vicenda giudiziaria che vede coinvolto il Mimmo Lucano o i meccanismi specifici della gestione dell’accoglienza a Riace, di questo si occuperanno gli organi competenti. 
 
A noi preme considerare il “Modello Riace” come paradigma di una fraternità fra i popoli possibile. Non possiamo considerare il tema dell’interesse del migrante come secondario in questa vicenda, non possiamo accettare che le persone vengano “spostate”, sradicate, senza tenere debitamente in conto il lavoro di integrazione fatto in questi anni. Con queste poche righe – mutuando lo stile del silenzio operoso delle mani, delle gambe, degli occhi dei nostri soci – vogliamo sollecitare una seria riflessione sull’accoglienza e sul rispetto dei valori non negoziabili del Vangelo, perché ciascuno di noi si senta chiamato a rispondere all’invito secco e netto che Gesù ci rivolge al cap. 25 di Matteo: “Ero forestiero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito” e alle parole del nostro Statuto che all’art. 11 con chiarezza ci richiama “quale associazione ecclesiale di laici” ad assicurare “il proprio apporto affinché nella concretezza delle condizioni storiche venga ricercato e proposto il senso vero dell’uomo e della sua dignità, i valori della vita e della famiglia, della pace e della solidarietà, della giustizia e della misericordia”.
 
Proprio la ricerca del senso vero dell’uomo e della sua dignità, la difesa e promozione della pace e della giustizia, ci spingono a dire che come laici impegnati a costruire la città dell’uomo (con un occhio orientato al Cielo) dobbiamo ribadire il nostro impegno a difesa di ogni persona: dal nostro dirimpettaio al fratello che ha solcato le onde in cerca di libertà, e non fa differenza se è scappato da una guerra fratricida, da persecuzioni religiose o dai morsi della fame.
 
È per questo che la Presidenza diocesana, affermando il primato evangelico dell’amore nei confronti del prossimo e l’attenzione educativa all’altro da sé, invita i responsabili dei gruppi ad orientare i percorsi formativi ancora di più al dialogo e alla condivisione, ad uscire dalle sedi per essere aperti alla missione, all’annuncio e all’incontro. Esorta tutti i soci a guardare all’accoglienza non con il filtro della cronaca degli ultimi giorni, ma con la lente del Vangelo che considera ogni uomo un fratello. È questa l’unica lente possibile per leggere la vita attraverso gli occhi di Gesù, nostro unico modello.

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