Ai Overview: Nel corso del Cinquecento, un gruppo di frati calabresi decise di portare avanti una riforma religiosa all’interno del proprio ordine, una scelta che li espose a complesse vicende ecclesiastiche e al rischio della scomunica. Il testo ripercorre le tappe storiche di questi religiosi che, costretti a vivere in rifugi di fortuna sul territorio regionale, dovettero affrontare le severe restrizioni imposte da papa Clemente VII. Attraverso l’aiuto di alcune figure nobiliari e grazie alle lettere inviate a Roma per testimoniare la loro devozione mariana, la situazione giunse a una risoluzione con la concessione papale. Da queste vicende, ricostruite anche grazie ai testi di padre Giuseppe Sinopoli, ha origine il primo insediamento stabile dei cappuccini a Reggio Calabria e si fonda storicamente il legame della città con la Madonna della Consolazione.
La minaccia della scomunica per i frati riformatori
I frati calabresi che avevano indossato l’abito dal cappuccio aguzzo capirono in fretta quale rischio possa correre chi porta avanti una riforma religiosa: la scomunica. Le loro traversie erano tutt’altro che concluse.
Le destinazioni e i rifugi di fortuna
Il vicario provinciale appena eletto inviò i suoi a «osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità, secondo la formula delle Costituzioni dei Frati Minori Cappuccini. Tre le destinazioni: l’antico eremo di S. Angelo in Valletuccio; il monastero, anch’esso basiliano, di S. Elia nel bosco di Galatro, ormai diroccato e da rimettere in piedi; la chiesetta di S. Antonio tra Filogaso e Panaia. Lì i ripari furono di fortuna: «con cespi, vimini e frasche alcune capannucce a guisa di quelle dei pastori per essere difesi dalle piogge», scrive Gennaro Bove nel volume “Il volto francescano della Calabria”.
I documenti pontifici e la fuga
La notizia raggiunse il ministro generale dell’Osservanza, anche in questo caso, la reazione fu immediata e il 3 luglio 1532 riuscì a ottenere da Clemente VII un altro «furiosissimo» breve di scomunica. Insomma, le peripezie di quel gruppo di riformati continuarono a causa di altri due documenti pontifici che, da un lato, vietavano ai cappuccini di accogliere altri osservanti e di aprire luoghi senza autorizzazione papale, dall’altro, ordinavano ai religiosi già transitati di rientrare nei conventi d’origine entro quindici giorni
Sulla testa dei frati incombeva persino il pericolo di essere «presi e relegati» al punto che Ludovico e i compagni fuggirono pur senza abbandonare la speranza in Dio e in Maria cui sempre si era rivolti, soprattutto nei momenti di grande difficoltà e incertezza. L’aiuto, infatti, non tardò a manifestarsi nuovamente nella persona del duca di Nocera, don Ferrante Carafa, che li coprì e li accolse.
Il cambio di atteggiamento di Clemente VII e il primo Eremo
Intanto a Roma si accumulavano le lettere dei “Signori della Provvidenza”, che descrivevano a Clemente VII la vita di quei riformati e la devozione filiale con cui si erano ero affidati alla Vergine, tanto che il pontefice cambiò atteggiamento e concesse le grazie richieste e aggiunse altri benefici spirituali, poi confermati da Paolo III.
Nel 1533 all’Eremo era già sorto il primo insediamento di cappuccini dove sorge una Cappelletta dedicata alla Madonna della Consolazione. La devozione che oggi muove la città nasce anche da quel gruppo di frati braccati, che nel titolo mariano trovarono un nome e una casa.
Ispirato a “La Madonna della Consolazione, i Frati Cappuccini e il popolo reggino” di Padre Giuseppe Sinopoli”













