Il 22 aprile ricorre l’anniversario della nascita di Rita Levi-Montalcini, una delle figure più significative della scienza italiana del Novecento. La sua esistenza, segnata da sfide personali e contesti storici complessi, si intreccia con il progresso della medicina globale grazie agli studi sul sistema nervoso che le valsero il Premio Nobel nel 1986. Ripercorrere la sua parabola umana e professionale significa analizzare non soltanto un percorso di eccellenza accademica, ma anche un simbolo di emancipazione intellettuale che ha segnato profondamente il dibattito culturale e sociale del nostro Paese.
Dalla formazione torinese alle leggi razziali
“Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale delle società.” Fu una delle frasi più celebri di Rita Levi-Montalcini, figura che ha cambiato la storia della medicina e della ricerca italiana. Ne ripercorriamo le tappe della sua vita in occasione dell’anniversario della nascita, il 22 aprile 1909, a Torino, dove venne al mondo in una famiglia colta e borghese che segnò profondamente la sua formazione. Nella sua biografia per il Nobel, fu lei stessa a ricordare di essere cresciuta in una famiglia colta, insieme alla sorella gemella Paola, in un ambiente che le trasmise disciplina intellettuale ma nel quale dovette anche affermare con decisione il proprio diritto allo studio.
La decisione di iscriversi a Medicina fu già, in sé, un atto di autonomia. Erano anni infatti in cui l’Italia era segnata da modelli sociali rigidi e Levi-Montalcini dovette difendere la propria aspirazione alla ricerca scientifica. Entrò all’Università di Torino e si formò nella scuola di Giuseppe Levi, uno dei grandi maestri della medicina italiana del Novecento. Furono anni decisivi, interrotti però dalla violenza della storia: con le leggi razziali del 1938, in quanto ebrea, fu espulsa dalla vita accademica. Lontana dall’università, allestì un piccolo laboratorio nella sua camera da letto e continuò a studiare il sistema nervoso in condizioni di estrema difficoltà. È una delle immagini che più raccontano il suo carattere: la scienza come disciplina della mente, ma anche come resistenza personale e civile.
La scoperta del fattore di crescita nervoso
Dopo la guerra arrivò la svolta internazionale. Levi-Montalcini si trasferì negli Stati Uniti, alla Washington University di St. Louis, dove sviluppò le ricerche che l’avrebbero resa celebre. Fu lì che, insieme a Stanley Cohen, individuò il Nerve Growth Factor (NGF), il fattore di crescita nervoso: una scoperta destinata a rivoluzionare la comprensione dei meccanismi di sviluppo delle cellule nervose e ad aprire nuove prospettive nella neurologia, nella biologia cellulare e nella medicina. Per queste ricerche ricevette nel 1986 il Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina, condiviso con Cohen. Il sito ufficiale del Nobel indica proprio nelle scoperte sui fattori di crescita il motivo del riconoscimento. Quel Nobel ebbe un valore che andò oltre il risultato scientifico. Certo, premiava una scoperta fondamentale del Novecento, ma segnava anche l’affermazione pubblica di una donna italiana in uno dei campi più esclusivi e competitivi del sapere. Rita Levi-Montalcini divenne così non solo una neuroscienziata di fama mondiale, ma anche un simbolo di autorevolezza femminile nella scienza. In un ambito tradizionalmente dominato dagli uomini, la sua figura mostrò che il contributo delle donne alla medicina non era affatto marginale, ma centrale, innovativo, decisivo.
L’attività senatoria e il dibattito pubblico
Negli anni successivi, continuò a lavorare, a pubblicare, a intervenire nel dibattito pubblico. Nel 2001 fu nominata senatrice a vita dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, riconoscimento che il Senato della Repubblica lega al suo altissimo profilo scientifico e civile. La sua voce divenne sempre più importante anche sui temi dell’istruzione, della libertà della ricerca, del merito e della responsabilità sociale della scienza.
L’eredità nel sistema sanitario odierno
Ma ricordarla oggi significa soprattutto sottolineare il valore del suo esempio per le donne in medicina. La sua vicenda dimostra quanto lungo e accidentato sia stato il cammino femminile nelle professioni sanitarie e nella ricerca. Se oggi le donne costituiscono una parte essenziale della sanità italiana, ciò avviene anche grazie a figure come Levi-Montalcini, che hanno aperto spazi prima impensabili. Secondo i dati del Ministero della Salute, nel 2022 le donne rappresentavano il 69,5% del personale del Servizio sanitario nazionale e le donne medico avevano superato il 52% del totale; resta però ancora più limitata la loro presenza nei ruoli apicali.
Rita Levi-Montalcini con il suo lavoro ha reso visibile un’idea diversa di medicina e di scienza, fondata sulla competenza, sulla perseveranza e sulla libertà intellettuale. Ha mostrato che una donna può produrre sapere di frontiera, guidare istituzioni, parlare al Paese e lasciare un’eredità che non riguarda solo i laboratori, ma anche la società. Ci piace ricordarla oggi per guardare non solo alla conquista scientifica, culminata con il Premio Nobel, ma anche a quella culturale, che ha contribuito a rendere più forte e riconosciuto il ruolo delle donne nella medicina italiana e internazionale.













