Spezzare le catene della mafia. La testimonianza di Mangiardi

“Meglio vivere sotto scorta che vivere la propria vita legata alle catene della mafia”. Questo, in sintesi, il messaggio lanciato dall’imprenditore Rocco Mangiardi, testimone di giustizia, agli studenti dell’Ite (Istituto tecnico economico) “De Fazio” di Lamezia Terme nel corso della presentazione del suo libro “Poesie d’amore, di fede e di ciarpame” (Calabria edizioni) che, coordinata dalla giornalista Saveria Maria Gigliotti, si e’ svolta nei giorni scorsi nell’aula magna dello stesso istituto.

“Penso – ha detto Mangiardi ai ragazzi che alla fine dell’incontro gli hanno posto alcune domande – che questa sia l’unica vita che abbiamo e ritengo che debba essere vissuta al meglio, senza vergogna e non da turisti. Ed io, insieme a tante altre persone, la nostra vita la stiamo vivendo”.

Quindi, nel raccontare la sua esperienza e di come, poi, sia cambiata la sua vita dal 2006, cioe’ da quando ha detto no al pizzo ed ha denunciato i suoi estorsori e da quando, “con la mia famiglia – afferma con commozione – , stiamo vivendo il periodo piu’ bello della nostra vita”, Mangiardi ha sollecitato i ragazzi a non arrendersi “perche’ – ha aggiunto – quando uno denuncia, denuncia per tutti e non salva solo se stesso, ma puo’ anche salvare la vita dei cattivi. Se io avessi dato quelle 1200 euro al mese che mi avevano chiesto, avrei tolto lavoro perche’ non e’ vero che la ‘ndrangheta da lavoro. Inoltre, avrei permesso loro di uccidere una persona ogni due anni. Avrei anche potuto scegliere di andar via, ma non l’ho fatto: ho denunciato perche’ non sono io a dover andar via, ma devono essere loro ad andar via. Ho deciso: io resto qui. Non rassegnatevi. Lo Stato non c’e’ dove non ci sono i cittadini”.

Mangiardi ha poi spiegato all’attenta platea che anche “acquistare uno spinello significa aiutare economicamente la ‘ndrangheta: lo spinello – ha detto – va pagato e la somma viene utilizzata per fare del male alle persone per bene, non va certamente alla Caritas”. Poi, nel ricordare figure come don Pino Puglisi e don Peppino Diano che “vivevano il Vangelo”, l’imprenditore con un po’di amarezza ha ricordato quel periodo in cui parti’ la sua denuncia: “Allora avremmo dovuto fare una denuncia collettiva. Ci siamo chiusi in una stanza, ma da quella stanza sono uscito solo io. Se avessimo denunciato tutti, saremmo stati piu’forte e certamente non ci avrebbero ucciso”.

Ad apertura dell’incontro, la docente Anna Ceravolo, nel ringraziare Mangiardi per la sua presenza, ha parlato di “testimonianza di vita concreta e bella. Mangiardi – ha continuato – coerentemente con i suoi ideali, ha avuto il coraggio di dire no al pizzo. Una scelta coraggiosa e di amore per la liberta’ che gli ha dato la forza di assumere delle scelte da cui e’ nato anche questo libro di poesie di cui oggi parliamo”. Dal canto suo la dirigente, Simona Blandino, ha evidenziato che “questo imprenditore ha fatto cio’che dovrebbe essere fatto e non sottostare a quella che dovrebbe essere una sottolegge di uno stato superiore. Ci vuole coraggio – ha aggiunto – a capire chi siamo ed il coraggio non e’ per tutti e non e’ di tutti e fare la scelta giusta significa operare per gli altri”.

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