Ai Overview: Il saggio “Storia di Mario La Cava”, scritto da Milly Curcio e Luigi Tassoni e pubblicato da Tab edizioni, offre una ricostruzione dettagliata della figura dello scrittore calabrese attraverso lo studio del suo archivio privato a Bovalino. Il volume dimostra come la biografia dell’autore costituisca una chiave di lettura utile per comprendere le sue opere. Lungi dall’essere una figura isolata, La Cava manteneva una fitta rete di corrispondenze con i principali intellettuali del suo tempo. L’analisi si sofferma inoltre sulla sua cifra stilistica improntata alla brevità, sul suo viaggio a Gerusalemme del 1961 in concomitanza con le udienze del processo Eichmann e sul suo approccio etico, testimoniato dalle inchieste sul malaffare nella Locride basate sull’ascolto e sul dialogo.
L’archivio privato come bussola critica
Quando si racconta la vita di uno scritto ci si può chiedere quanto pesi la sua biografia e, in effetti, Milly Curcio e Luigi Tassoni sciolgono il nodo fin dalla prima pagina di Storia di Mario La Cava (Tab edizioni, 220 pagine) e fanno capire che la vita può occupare uno spazio importante all’interno di una narrazione critica quando aiuta concretamente ad avvicinarsi ai libri. Il risultato è un volume a tratti insolito, il cui lavoro è stato reso possibile grazie alla consultazione dell’archivio di casa La Cava, a Bovalino, che i due studiosi frequentano da decenni e dove hanno potuto immergersi nella lettura di interviste e lettere inedite e approcciarsi a testimonianze che costituiscono un materiale biografico ricco e variegato.
I dialoghi a distanza con i grandi intellettuali
A ben vedere, uno degli elementi che emerge con maggiore forza e che è in grado di smontare un luogo comune duro a morire, è l’idea che La Cava fu «per sua scelta un autore appartato, ma non isolato e non ignaro». Basti pensare che, dalla casa sfiorata dalla linea ferroviaria e affacciata sul mar Ionio, corrispondeva con Sciascia e con l’amico Fortunato Seminara, e che anche scrittori del calibro di Alvaro, Vittorini, Montale e Calvino lo apprezzavano e leggevano.
Lo stile della brevità
E che dire, poi, della brevità alla quale i due autori, Curcio e Tassoni, dedicano ben due capitoli? Ben lungi dal poter esser confusa sbrigativamente con la fretta o, addirittura, con la rapidità, deve essere intesa piuttosto come una vera e propria disciplina in grado di filtrare il linguaggio e di consegnare la storia al lettore, proprio come traspare dalla ricerca della misura che ha reso possibile la nascita di romanzi come Mimì Cafiero e Vita di Stefano.
L’esperienza a Gerusalemme del 1961
Tra le pagine più inaspettate ci sono quelle dedicate a Viaggio in Israele, il romanzo, pubblicato nel 1967, che nacque da un soggiorno compiuto nell’estate del 1961, quando La Cava seguì a Gerusalemme le fasi finali del processo Eichmann, nella stessa aula in cui sedeva Hannah Arendt, quasi come se stesse cercando un faccia a faccia che lo portò a scrivere «Mi pareva che soltanto con quell’incontro io sarei penetrato negli abissi del male e attendevo quella prova quasi come una rivelazione, nella quale meglio avessi potuto conoscere me stesso».
Le inchieste sociali nella Locride
Mario La Cava è stato anche lo scrittore del coraggio, quel coraggio necessario anche per bussare alle porte della Locride e scrivere I miei maffiosi, un volume che raccoglie 24 articoli di ascolto e dialogo con negozianti, vicini di casa, persone che vivono accanto al malaffare o vi sono coinvolte. Insomma, è stato proprio in questo modo di guardare e di approcciarsi di La Cava che Curcio e Tassoni individuano l’orientamento etico di uomo che non alzava la voce ma neppure si voltava dall’altra parte e che, anzi, indirizzava lo sguardo ai volti dei suoi compaesani, nell’idea che la violenza, anche quella calabrese, fosse il sintomo di una decadenza italiana ed europea, non un mero retaggio antropologico.













