Ai Overview: Nel giorno della ricorrenza europea contro la tratta, i dati diffusi da Eurostat e dalle associazioni tracciano un quadro complesso che unisce lo sfruttamento lavorativo, l’aumento dei casi maschili e l’introduzione di nuove fattispecie di reato nel panorama legislativo. Un fenomeno sommerso che richiede un costante impegno istituzionale, ecclesiale e sociale per la tutela delle persone vulnerabili.
Il bilancio europeo tra statistiche e nuove forme di sfruttamento
Oggi si celebra la ventesima Giornata europea contro la tratta di esseri umani, istituita dalla Commissione europea nel 2006 con l’obiettivo di tenere accesa l’attenzione su una tragedia che colpisce donne e uomini, oltre che bambini. Il vero problema, tuttavia, è che oggi la giornata rischia di passare quasi in secondo piano, come se ci fosse una certa assuefazione e rassegnazione rispetto a una tragedia che, in alcune parti del mondo, acquisisce proporzioni gigantesche. I numeri dell’Eurostat, in effetti, fotografano una realtà preoccupante, in cui nel 2024 le vittime registrate nell’Ue sono state 9.678, il 63% donne o ragazze, mentre i presunti trafficanti denunciati sono stati 7.966 e i condannati circa 2.600. Per non tacere, poi, di tutto il mondo sommerso, rispetto al quale vi sono chiare difficoltà di studio e di analisi. Ma quali sono i fattori che incidono maggiormente, soprattutto oggi? La tratta a scopo di sfruttamento sessuale rimane la principale forma di tratta. Accanto a questa si colloca il lavoro, tanto che sempre l’Eurostat ha calcolato che dal 2019 i casi di tratta a scopo di sfruttamento lavorativo sono cresciuti del 70,5%, mentre il Report 2026 della Comunità Papa Giovanni XXIII, su dati del sistema Sirit, registra 845 nuove persone prese in carico nel 2025: il 42,1% sfruttato nel lavoro, il 25% sul piano sessuale. Ciò che suscita perplessità è che, per la prima volta dal 2000, tra le persone prese in carico, gli uomini hanno superato le donne. Accanto al lavoro, si collocano le nuove forme di sfruttamento e reato introdotte dal decreto legislativo 115, in vigore dal luglio di quest’anno, che recepisce la direttiva europea del 2024: parliamo tanto del matrimonio forzato quanto dell’adozione illegale e della maternità surrogata, come anche dell’utilizzo consapevole dei servizi forniti da vittime di tratta o riduzione in schiavitù. Bruxelles intanto prepara la nuova strategia 2026-2030.
L’impegno della Chiesa e la risposta istituzionale all’invisibilità
La Chiesa su questo terreno ha fatto sentire sempre la propria voce, non da ultimo in occasione della Giornata di preghiera dell’8 febbraio quando Leone XIV ha rinnovato l’appello a porre fine a un «grave crimine contro l’umanità» e ha richiamato la «schiavitù informatica». La rete Talitha Kum, promossa dalle superiore generali, nel 2025 ha protetto e assistito 27.329 persone nei 113 Paesi in cui opera. Resta, però, il problema dell’invisibilità, rispetto al quale si segnalano, da un lato, la campagna lanciata dalla Commissione Europea che chiede ai cittadini di riconoscere i segnali e di segnalare i casi sospetti, dall’altro, il numero verde antitratta 800 290 290 attivato in Italia che risponde a ogni ora, sette giorni su sette. Il resto tocca a chi guarda: lo stesso Leone XIV, a febbraio, chiedeva di saper riconoscere «i meccanismi nascosti dello sfruttamento nei nostri quartieri e negli spazi digitali». Quest’anno, peraltro, è stato anche commemorato il centenario della Convenzione di Ginevra sulla schiavitù, firmata il 25 settembre 1926.













