Una famiglia allargata per i richiedenti asilo

Suonerà il sax e lo farà nella banda del paese. È uno dei ventiquattro minori non accompagnati del centro accoglienza di Porelli di Bagnara Calabra. Una passione per la musica condivisa con un suo compagno di viaggio dall’Eritrea all’Italia, quest’ultimo alle prese con le percussioni. Dall’approdo alla banchina reggina alla scuola di musica, il passo non è stato breve. Prima i giorni infernali nel Cpa di Archi, assieme ad altri quattrocentocinquanta minori richiedenti asilo, appollaiati, in un’ex università. Poi il trasferimento in quella struttura dove quel cancello rimane costantemente aperto. «Temevamo volessero scappare, invece ci ripetono sempre che vogliono rimanere quì», ci spiega Piero Surfaro, coordinatore educativo dell’Ats Filoxenìa. Una vita di «famiglia allargata »: dopo la prima colazione, sono loro, i ragazzi, i responsabili per mettere in ordine la propria stanza e gli ambienti comuni. Poi i laboratori di italiano: incontradoci ci salutano, «ciao», così come quando vanno dal medico provano – nella nostra lingua – a spiegare i loro sintomi, concludendo la visita sempre con un sonoro «grazie». Piccoli passi per comprendere una terra, l’Italia, che per loro doveva essere solo un pezzo di cammino aggiuntivo oltre i cinquemila chilometri già percorsi. Una cultura, quella italiana, diversa dalla loro, ma di cui – giorno dopo giorno – si stanno appassionando: amano la cucina, si sentono accolti. Arrivano da villaggi, partiti per situazioni di povertà assoluta o per discriminazioni relazionali; vivevano la guerra e la dittatura e per questo hanno attraversato il Sahara a piedi per tre giorni. Un viaggio doloroso, soprattutto nella loro tappa libica: «Quando parliamo della Libia – ci racconta Piero – viene loro una repulsione; hanno un ricordo terribile di tutte le violenze subite». Il Centro accoglienza predilige il «paradigma padre–figlio»; così si scovano i talenti: non solo musicisti, c’è chi adora il giardinaggio e si prende cura di tutti gli ambienti esterni della struttura delle suore immacolatine; c’è chi si sente pronto ad intraprendere la sfida del lavoro. Nelle loro giornate sono occupati in attività laboratoriali, tenuti dai sette operatori e da un gran numero di volontari: danza, geografia, sport e algebra. All’aula alternano il gioco. In paese, adesso, sono i beniamini, dopo che prima dell’apertura la struttura che oggi li ospita fu destinataria di un atto vandalico ed intimidatorio. Su questa scia partirà a breve un percorso con le famiglie che si sono proposte per vivere insieme a ciascun ragazzo le festività natalizie. Una sera a settimana le parrocchie condividono un momento di convivialità con i giovani migranti. C’è emozione nel varcare quel cancello rigorosamente aperto.

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