La storiografia contemporanea si interroga con sempre maggiore frequenza sulle zone d’ombra che hanno accompagnato il complesso processo di unificazione nazionale, tentando di andare oltre le celebrazioni di rito per indagare le ferite profonde rimaste nel tessuto sociale del Paese. In questo contesto di revisione critica si inserisce la riflessione proposta dal saggio di Gianni Oliva, che invita a riconsiderare con onestà intellettuale gli eventi drammatici accaduti nel Mezzogiorno all’indomani del 1860. Attraverso una rigorosa analisi, emerge una narrazione che si discosta sensibilmente dalla visione tradizionale appresa sui banchi di scuola: quella che per lungo tempo è stata definita sbrigativamente come una necessaria operazione di polizia contro il banditismo, assume i contorni ben più tragici e definiti di una guerra civile. L’autore mette in luce le dinamiche violente e le mancate promesse che hanno caratterizzato l’annessione dei territori meridionali, offrendo una chiave di lettura indispensabile per comprendere le radici storiche di un divario territoriale che, a distanza di oltre un secolo e mezzo, continua a interrogare la coscienza civile e politica dell’Italia odierna.
Una diversa visione dell’annessione
Contrordine. Al Sud, dopo l’Unità d’Italia, più che lotta al brigantaggio (fenomeno comunque controverso) fu guerra civile, con i ribelli (briganti) che si opponevano alle nuove istituzioni con violenza e lo Stato italiano da poco nato che rispondeva con rastrellamenti, fucilazioni sommarie, anche di civili inermi, donne, vecchi e bambini e con incendi di villaggi. Etichettare tutti i ribelli come «briganti» e definire la contrapposizione come «lotta al brigantaggio» è un errore che ha prodotto un vulnus nella storia nazionale, sostiene Gianni Oliva, storico e giornalista, autore di “La Prima guerra civile. Repressione nel Mezzogiorno dopo l’Unità d’Italia” (Mondadori, pagine 241, euro 21), saggio con cui offre una “revisionata” visione della modalità dell’annessione del Sud al regno d’Italia; molto differente, da quella fin qui raccontata attraverso la lente distorta dei pregiudizi con cui la nuova Italia e l’Europa guardavano al Meridione.
Le promesse disattese dopo Teano
Le cose – spiega Oliva – non andarono proprio come sono state raccontate, già da quando, il 26 ottobre 1860, a Teano, Giuseppe Garibaldi concluse vittoriosamente la spedizione dei Mille, consegnando il Mezzogiorno nelle mani di re Vittorio Emanuele II. Dopo quel giorno, la questione dell’unificazione dell’Italia avrebbe dovuto spostarsi da un piano squisitamente militare a uno più propriamente amministrativo e di definizione di un’identità culturale dell’Italia, riassunta in quella famosa frase attribuita a Massimo D’Azeglio: «Fatta l’Italia, bisogna fare l’italiani». Ma tutto ciò non avvenne e il processo di annessione del Mezzogiorno, che si sarebbe dovuto realizzare combattendo le storture esistenti nel regno borbonico, integrando le regioni meridionali nel nuovo regno, e dotandole di infrastrutture e servizi, per recuperare il divario con il resto del Paese, si chiuse con un nulla di fatto.
La logica coloniale e il disagio sociale
La classe dirigente risorgimentale e la monarchia sabauda scelsero la via dura della repressione militare e prevalse il modello coloniale, con un’azione carica di violenza molto più feroce di quanto ci sia stato tramandato dalla storiografia risorgimentale. Il tutto, dice Oliva, accompagnato da una totale costante denigrazione del Sud, andata oltre la damnatio memoriae che tradizionalmente colpisce gli sconfitti. In questa luce, ragiona l’autore, il brigantaggio meridionale deve essere interpretato primariamente come una ribellione derivante dal profondo disagio nei confronti del processo di unificazione, più che come rivolta per motivi ideali, contro l’occupante piemontese.
Le ragioni di una frattura ancora aperta
Il Risorgimento, era sì necessario, conclude Oliva, ma la costruzione dello Stato, e dell’identità nazionale, avrebbero dovuto seguire un percorso diverso, che non c’è stato. Col un libro chiaramente controcorrente, rispetto alle tesi della storiografia ufficiale, lo studioso piemontese racconta un pezzo di storia italiana rimasto nell’ombra,o meglio, anzi peggio, narrato a senso unico, con un eccesso di retorica risorgimentale, che non ha aiutato a comprendere nella sostanza le ragioni delle fratture nord e sud: ancora vive, e dannose, nell’Italia di oggi.













