Adolescenti e disabilità, la strategia educativa non è la pietà

La percezione collettiva della disabilità è ancora un campo su cui lavorare

Qualche giorno fa la mamma di un ragazzo disabile si è sfogata su Facebook raccontando in un post l’avvilente episodio vissuto, assieme al figlio, nel centro di una città del nord durante un pomeriggio di svago.

Il suo ragazzo quindicenne con evidenti problemi di deambulazione è stato scimmiottato e deriso da un gruppo di coetanee “bulle”, incrociato per caso. L’indignazione generale ha moltiplicato le condivisioni e la notizia è finita sul giornale.
L’episodio non rappresenta una tendenza generale, ovvio.

In generale l’atteggiamento degli adolescenti nei confronti della disabilità e delle persone con fragilità è positivo e si forma anche attraverso l’importante confronto che la scuola permette loro di fare, praticando da sempre una cultura inclusiva nei confronti della diversità e dello svantaggio.

Lo spunto di cronaca si presta, comunque, a una riflessione necessaria sul grado di consapevolezza che hanno i giovani nei confronti della disabilità e sulla concretezza del sentimento collettivo di inclusione. Soprattutto perché è questo un tema che cozza in maniera fortissima con la cultura dell’immagine, che domina questa società imbambolata dai media e assai latitante dal punto di vista affettivo-sentimentale.

Le rappresentazioni sociali dei fenomeni nascono e si sviluppano per mezzo dei processi di interazione e comunicazione all’interno di una collettività. E, sebbene negli ultimi anni la comunicazione a proposito di questa realtà sia andata aumentando, anche in ragione della testimonianza di molti sportivi diversamente abili e della istituzione delle Paralimpiadi, o anche delle campagne di sensibilizzazione sull’argomento, la percezione collettiva della disabilità è ancora un campo su cui lavorare.

Spesso prevale una spontanea simpatia di tipo emotivo, non seguita da un reale approfondimento empatico. Inoltre, frequentemente la disabilità si manifesta come dei disformismi corporei importanti che diventano barriere e generano pregiudizio. Le marcate differenze nell’aspetto fisico sono all’origine di molti atteggiamenti persecutori del lontano passato, quando il pregiudizio allignava sul terreno fertile dell’ignoranza. Purtroppo oggi si assiste a una recrudescenza dell’ignoranza, anche se essa è meno manifesta.
Esistono poi disabilità invisibili, come i deficit cognitivi o sensoriali. Anche per queste bisogna sviluppare una certa sensibilità fra le giovani generazioni. Spesso nelle classi i comportamenti “anomali” di compagni in condizione di svantaggio non vengono compresi e riconosciuti, se non attraverso la mediazione degli adulti. È ovvio che la mediazione non deve essere condotta all’insegna del pietismo, ma proprio nell’ottica dell’accettazione e dell’inclusione della diversità come ricchezza.

I sentimenti umani nei confronti della disabilità oscillano da sempre fra compartecipazione e paura. Il recente film “Wonder”, molto adatto a un pubblico giovanile e davvero coinvolgente, racconta la storia della difficile integrazione di un ragazzino di undici anni con una grave malformazione cranio-facciale. Spesso la pellicola viene proposta nelle scuole e a seguire ci si confronta sui contenuti.

Insomma, è importante che la scuola, la famiglia e le associazioni giovanili si facciano carico, ancora una volta, di approfondire ed educare a tematiche che in una società, ostaggio delle immagini patinate e impreparata ad affrontare la sofferenza e la diversità delle persone (non solo disabili, ma anche semplicemente anziane), tendono a essere rimosse e a perdersi nel virtuale chiasso mediatico.

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