Ai Overview: Il caso di Aurora Tila, la tredicenne di Piacenza morta nell’ottobre del 2024, riporta l’attenzione pubblica sulle complesse dinamiche relazionali degli adolescenti e sul loro rapporto con i nuovi strumenti tecnologici. Nel corso della prima puntata della nuova stagione di “Chi l’ha visto?”, attraverso i dialoghi emersi dalle indagini che hanno portato alla condanna dell’ex fidanzato per omicidio volontario e stalking, è stato documentato come la ragazza si fosse rivolta a ChatGPT per cercare di comprendere se stesse vivendo un legame tossico. Le conversazioni con l’intelligenza artificiale, acquisite agli atti del processo, mettono in luce la difficoltà dei giovanissimi nell’esprimere le proprie paure agli adulti per il timore di non essere compresi, sottolineando l’urgenza di ricostruire spazi di ascolto e di fiducia all’interno del mondo reale.
Aurora, a 13 anni, aveva bisogno di parlare. E ha scelto di farlo con una macchina
È stato il caso di Aurora Tila, la tredicenne morta a Piacenza nell’ottobre del 2024, ad aprire ieri sera la nuova stagione di Chi l’ha visto?. La prima puntata del programma, tornato su Rai 3 con la conduzione di Raffaella Griggi, ha riportato al centro una vicenda che aveva profondamente colpito l’opinione pubblica: in studio è stata ospite la mamma di Aurora e, insieme alla storia della ragazza, è stato affrontato anche un tema molto più vicino alla vita quotidiana di tanti adolescenti, quello del rapporto con l’intelligenza artificiale.
Aurora aveva 13 anni quando, il 25 ottobre 2024, morì dopo essere precipitata dal balcone del palazzo in cui viveva a Piacenza. L’allora fidanzato, che aveva 15 anni, è stato condannato in primo grado a 17 anni per omicidio volontario aggravato, anche dallo stalking. In appello, dopo la confessione resa dal ragazzo nel luglio scorso, la pena è stata ridotta a 15 anni.
La vicenda della relazione era già emersa durante il processo. Le indagini avevano ricostruito una situazione fatta di controllo e pressioni, mentre Aurora cercava di interrompere la relazione. Le conversazioni con ChatGPT sono entrate negli atti del processo e, secondo i giudici, hanno contribuito a documentare anche la situazione di stalking.
«Come si fa a capire un amore vero da un amore tossico?»
Nel corso della trasmissione sono stati mostrati alcuni passaggi di quelle conversazioni. Tra i messaggi mostrati durante la trasmissione ce n’è uno in cui Aurora cerca di capire come distinguere una relazione sana da una relazione che le sta facendo male. Nei messaggi successivi racconta episodi concreti: il fidanzato che la controlla, che reagisce male quando lei prova ad allontanarsi, una scena in cui la strattona davanti alle amiche. Racconta di averlo lasciato, ma di avere paura delle sue reazioni.
A un certo punto scrive anche di aver pensato di parlarne con la madre, ma di temere che lei avrebbe esagerato o che avrebbe finito per dare la colpa a lei. Aurora aveva intorno a sé persone reali. Aveva una madre, delle amiche, una famiglia. Eppure, per mettere nero su bianco quello che stava vivendo, si è rivolta a un’intelligenza artificiale.
Le risposte che riceve parlano di controllo, gelosia, minacce e violenza. Quando Aurora racconta di essere stata colpita e di avere paura che la situazione possa peggiorare, ChatGPT le indica anche la possibilità di rivolgersi a un centro antiviolenza e il numero 1522. In un altro passaggio, alla domanda «Secondo te dovrei lasciarlo?», l’intelligenza artificiale risponde di sì. Il punto, però, è che la macchina non è progettata per giudicare, ma per elaborare e rispondere alle informazioni che riceve. Il tono resta pacato, comprensivo, misurato. Ed è proprio questa modalità di interazione, soprattutto con ragazzi molto giovani, che non fa emergere in modo chiaro e netto il tema dei limiti e della consapevolezza nell’utilizzo di questi strumenti.
A 13 anni Aurora aveva bisogno di parlare. E ha trovato più semplice farlo attraverso una chat. Non sappiamo quanto abbia influito, nella sua scelta, la paura di essere giudicata, il timore della reazione degli adulti o semplicemente la facilità di scrivere a uno strumento disponibile in qualsiasi momento.
Quando è più facile parlare con una macchina
Per un adolescente può essere più semplice scrivere a un chatbot perché non c’è un interlocutore fisicamente presente. Non bisogna guardarlo negli occhi, non bisogna affrontare immediatamente una reazione, non c’è il timore di interrompere una conversazione o di sentirsi dire che si sta esagerando. L’intelligenza artificiale risponde. E questo può dare la sensazione di avere qualcuno con cui mettere ordine nei pensieri. Una macchina può riconoscere parole, mettere in ordine informazioni, suggerire possibilità. Non conosce davvero la vita di quella persona e non può intervenire fisicamente in una situazione di pericolo.
Ma il fatto che un ragazzo scelga di scrivere alla macchina è un dato che vale la pena osservare. Perché significa che la tecnologia è diventata anche uno spazio nel quale gli adolescenti raccontano paure, dubbi e problemi che non riescono sempre a condividere con le persone che hanno intorno. Per questo è sempre più importante spiegare ai ragazzi che una relazione non diventa sana perché ci sono momenti belli insieme.
Se una persona controlla continuamente dove sei, con chi sei, con chi parli o come ti vesti, se pretende di sapere tutto quello che fai, se ti minaccia quando provi ad allontanarti, se usa informazioni private per ricattarti o se arriva alla violenza fisica, non sono semplicemente «litigi tra ragazzi». E a 13 anni non è sempre facile riconoscerlo. Perché a quell’età si stanno imparando anche le relazioni: che cosa significa stare con qualcuno, che cosa è la gelosia, dove finisce l’interesse e dove comincia il controllo, che cosa significa rispettare la libertà dell’altra persona. Per questo parlare diventa importante. Con un genitore, con un insegnante, con un educatore, con un familiare, con un’amica o un amico. Con una persona adulta della quale ci si fida. Anche con un professionista, se serve.
Se invece il primo posto in cui un ragazzo riesce a scrivere «ho paura» è una chat con un’intelligenza artificiale, dovremmo interrogarci. La storia di Aurora racconta anche questo: quanto sia importante costruire intorno ai ragazzi relazioni nelle quali sentirsi ascoltati prima ancora di avere bisogno di cercare una risposta su uno schermo. I ragazzi non hanno bisogno soltanto di essere controllati quando sono online. Hanno bisogno di sapere che, quando succede qualcosa che li spaventa, possono tornare offline e trovare qualcuno disposto ad ascoltarli senza giudicarli. Ma soprattutto dovremmo fare in modo che, quando un ragazzo di 13 anni ha bisogno di dirlo, la prima porta che gli viene in mente non sia necessariamente quella di una chat con una macchina.













