Ai Overview: Il cantautore cosentino Dario Brunori, in arte Brunori Sas, compie oggi 49 anni. La sua carriera si è affermata nel panorama nazionale grazie a una cifra stilistica che unisce la tradizionale canzone d’autore a momenti di umorismo nero e monologhi assimilabili alla stand up comedy. Un elemento costante del suo percorso umano e professionale è il profondo legame con la Calabria: una scelta di vita che si riflette nella dimensione contemplativa necessaria alla sua scrittura, nei testi dei suoi brani — come il recente successo sanremese “L’albero delle noci” — e nell’impegno sul territorio come socio dell’azienda agricola “Le Quattro Volte”, dedicata alla produzione di vini naturali.
L’ironia come firma stilistica e il rapporto con la comicità
Dell’ironia ha fatto una firma. Quando Dario Brunori, in arte Brunori Sas, sale sul palco si canta, ma si ride moltissimo. Perché tra una canzone e l’altra arrivano i suoi monologhi, le osservazioni taglienti, il black humor, quella capacità di prendere in giro gli altri cominciando sempre da se stesso.
Nato a Cosenza il 28 settembre 1977 e cresciuto tra piccoli centri, prima a Joggi, frazione di Santa Caterina Albanese, e poi a Guardia Piemontese, Brunori ha costruito negli anni un linguaggio capace di tenere insieme canzone d’autore, autobiografia, ironia e osservazione sociale. È uno dei tratti che lo ha reso riconoscibile nel cantautorato italiano e che ha trasformato alcuni dei suoi concerti in qualcosa che va oltre la dimensione musicale. I suoi monologhi hanno ormai una struttura quasi da stand up comedy e non è un caso che nel tempo abbia incrociato anche il mondo della comicità. Nel 2020 è nata, per esempio, la collaborazione con Michela Giraud, con il video comico L’insostenibile esigenza dei social. Un rapporto giocato sull’ironia e su una certa complicità goliardica, proseguito anche dal vivo, con Giraud chiamata a intervenire per smontare, almeno per qualche minuto, l’ecosistema brunoriano e a svecchiare il cantautore. Alla fine, però, sarà lei ad adeguarsi e a seguire il suo stile.
«La Calabria è il futuro»
Quella stessa ironia torna quando parla della Calabria. Ha fatto il giro sui social uno stralcio della sua intervista nel podcast Tintoria, la numero 196, in cui gli è stato chiesto perché non avesse mai pensato di trasferirsi a Roma o a Milano per fare business. La sua risposta è diventata una delle rappresentazioni più efficaci del suo rapporto con la regione: «Io penso che la Calabria sia il futuro. Io mi sono tenuto un posto in prima fila in quello che verrà». Poi la definisce, con il suo consueto tono paradossale, una sorta di «Seattle italiana»: una terra che, secondo la sua lettura ironica, resiste al capitalismo non per una scelta ideologica, ma perché «ci secca il consumismo».
Dietro la battuta c’è però una scelta molto concreta. Brunori ha raccontato più volte di stare bene nei piccoli centri perché è lì che è cresciuto. Gli piacciono le grandi città, ma non ne ha bisogno per sentirsi parte del mondo. Al contrario, vivere in un paese piccolo permette di essere coinvolti senza essere necessariamente invischiati in tutto. È una dimensione che appartiene profondamente anche alla sua musica: la provincia non come luogo dal quale fuggire, ma come punto di osservazione sul mondo. Lo ha spiegato parlando proprio dell’equilibrio tra queste due dimensioni: «Ho bisogno di questo equilibrio tra una realtà, quella di un piccolo paese calabrese, che per me è una realtà contemplativa e che mi stimola molto nella fase di scrittura, e una realtà più di una certa vitalità e di stimolo al ritmo che mi fa concludere i lavori, altrimenti non li concluderei per tempo». Da una parte, dunque, il paese, il tempo più lento, la dimensione contemplativa che alimenta la scrittura. Dall’altra, la vitalità, il movimento, gli stimoli che gli servono per portare a termine i lavori.
E la Calabria, per lui, non è soltanto il luogo in cui è nato. È una materia narrativa, una lente attraverso cui leggere il presente, le relazioni, la famiglia, la memoria, le contraddizioni. Lo ha detto anche parlando della sua partecipazione a Sanremo. «Vivo lì, ci sono nato e cerco una rappresentazione che a livello mediatico non c’è», spiegava, riferendosi a una Calabria raccontata troppo spesso attraverso il folklore o la cronaca criminale. La sua scelta è un’altra: raccontare una terra che ama, comprese le sue contraddizioni e anche le sue «critiche feroci».
La Calabria dentro una canzone
E proprio a Sanremo quella Calabria è arrivata con L’albero delle noci, il brano con cui nel 2025 Brunori ha debuttato al Festival e che gli ha fatto conquistare il terzo posto e il premio per il miglior testo. Dentro la canzone ci sono la nascita della figlia, il tempo che passa, i legami, la compagna Simona Marrazzo (co-fondatrice dell’etichetta discografica Picicca Srl e sua manager) e la terra in cui è cresciuto. «Sono cresciuto in una terra crudele dove la neve si mescola al miele», canta Brunori. E poco dopo arriva la differenza «fra il sangue e il vino». La Calabria entra nella canzone senza bisogno di essere spiegata, attraverso immagini, giochi di parole e musica. C’è anche la scirubetta, quella preparazione semplicissima fatta con la neve appena caduta e il miele, che Brunori ha definito una metafora della calabresità, proprio per quel contrasto tra neve e miele. È una Calabria fatta di radici, ma non immobile. Una terra capace di stare dentro una canzone contemporanea senza essere trasformata in cartolina.
Dalla musica alla terra
Il legame con il territorio, nel caso di Brunori, non è rimasto soltanto nelle canzoni. Nel 2020 è entrato come socio nell’azienda agricola Le Quattro Volte, nata dall’amicizia con Daniela De Marco, Giampiero Ventura ed Emilio Di Cianni. L’azienda si trova nel Cosentino, tra il Parco Nazionale della Sila e quello del Pollino, in un territorio collinare compreso tra i 200 e i 400 metri di altitudine. Qui si producono vini naturali, olio extravergine e si coltiva un orto, seguendo una filosofia che mette al centro la biodiversità e i tempi della terra. Anche il nome non è casuale: Le Quattro Volte prende il titolo da una canzone di Brunori e ne conserva, nelle parole dell’azienda, la filosofia e il ritmo: il rispetto dei tempi della natura, delle stagioni e delle pause. È un altro modo di raccontare la Calabria. Attraverso il vino, l’olio, un orto, una vendemmia fatta a mano. Del resto, durante l’esperienza di Sanremo, il suo rapporto con la terra è tornato spesso nei racconti che lo riguardavano. I suoi soci hanno raccontato che Brunori partecipa agli assaggi e soprattutto alla vendemmia, alla quale non rinuncia.
Dario Brunori compie oggi 49 anni, molti dei quali trascorsi, in buona parte, a raccontare le cose che conosciamo bene: i paesi piccoli, le famiglie, gli amori, le paure, il tempo che passa, le nostre stranezze. E lo fa con una qualità che non è così semplice da trovare, perché riesce a parlare di noi senza metterci su un piedistallo e senza vergognarsi delle contraddizioni. Ci ride sopra, ci mette davanti allo specchio e poi torna a cantare.
L’anno prossimo saranno 50 giri intorno al sole. Ma anche sull’età Brunori riesce a fare quello che gli riesce meglio: prenderla con ironia. «Mi sento quarantenne da quando ho 15 anni. Sto cercando di spacciare quest’età come l’età migliore e farò lo stesso quando avrò 50 anni. Perché voglio sdoganare il fatto che è figo essere anziani». E noi gli crediamo.













