Avvenire di Calabria

"Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo", la riflessione di don Antonino Pangallo

«C’è bisogno di aria fresca», ripartire dall’assise di Firenze

Antonino Pangallo

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Mi si perdonerà se non riesco a resistere alla tentazione di commentare alcuni passaggi del discorso fatto da Papa Francesco ai membri dell’Ufficio catechistico Nazionale. Mi è sembrata una vera e propria scossa elettrica.
In primo luogo, è forte il richiamo all’accoglienza e attuazione integrale del Concilio.
«Questo è magistero: il Concilio è magistero della Chiesa. O tu stai con la Chiesa e pertanto segui il Concilio, e se tu non segui il Concilio o tu l’interpreti a modo tuo, come vuoi tu, tu non stai con la Chiesa. Dobbiamo in questo punto essere esigenti, severi. Il Concilio non va negoziato, per avere più di questi… No, il Concilio è così. E questo problema che noi stiamo vivendo, della selettività rispetto al Concilio, si è ripetuto lungo la storia con altri Concili. A me fa pensare tanto un gruppo di vescovi che, dopo il Vaticano I, sono andati via, un gruppo di laici, dei gruppi, per continuare la “vera dottrina” che non era quella del Vaticano I: “Noi siamo i cattolici veri”. Oggi ordinano donne. L’atteggiamento più severo, per custodire la fede senza il magistero della Chiesa, ti porta alla rovina. Per favore, nessuna concessione a coloro che cercano di presentare una catechesi che non sia concorde al magistero della Chiesa».
Non credo di ci sia bisogno di commenti ma solo di attuare tale esigibile conformità al magistero. La storia dei Veterocattolici citata è eloquente: o dentro o fuori, senza attenuanti. E questo anche dalle nostre parti. Ultimamente sembra quasi di doversi scusare nel citare alcuni documenti del Concilio.
In secondo luogo, nel discorso troviamo il richiamo ad un cammino di popolo e non a strategie elitarie: «...Non è il momento per strategie elitarie. La grande comunità: qual è la grande comunità? Il santo popolo fedele di Dio. Non si può andare avanti fuori del santo popolo fedele di Dio, il quale – come dice il Concilio – è infallibile in credendo. Sempre con il santo popolo di Dio. Invece, cercare appartenenze elitarie ti allontana dal popolo di Dio, forse con formule sofisticate, ma tu perdi quell’appartenenza alla Chiesa che è il santo popolo fedele di Dio… È il tempo di comunità che, come il Buon Samaritano, sappiano farsi prossime a chi è ferito dalla vita, per fasciarne le piaghe con compassione».
Anche qui mi si perdoni ma si continua a preferire il progetto all’incontro. Le strategie sono dure a morire. Ed il clericalismo avanza.
In terzo luogo, viene richiamata la necessità di un ritorno al discorso di Firenze: «Come ho detto al Convegno ecclesiale di Firenze, desidero una Chiesa “sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. […] Una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza”».
È passato un lustro ed ancora siamo agli inizi. L’intervista al Card. Semeraro e l’ultimo numero della Civiltà Cattolica offrono approfondimenti utili. La compassione non può essere strumentale alle strategie ecclesiastiche.
In quarto luogo, viene rilanciata la necessità di un sinodo della chiesa italiana: «Ho menzionato il Convegno di Firenze. Dopo cinque anni, la Chiesa italiana deve tornare al Convegno di Firenze, e deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare».
Ce n’è per tutti i gusti. Con buona pace per nostalgici e strateghi accomodanti, c’è bisogno di aprire le finestre e respirare aria fresca.

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