Comunità ebraiche intervengono su lettera di Emanuele Filiberto

di M. Chiara Biagioni* – “Né l’Unione delle Comunità ebraiche italiane né qualsiasi Comunità ebraica possono in ogni caso concedere il perdono in nome e per conto di tutti gli ebrei che furono discriminati, denunciati, deportati e sterminati. Nell’ebraismo perfino a Dio non si può rivolgere una richiesta di perdono se chi percepisce l’onta e la colpa non si è prima scusato dinanzi alla persona offesa”. Lo scrive in una nota l’Unione delle Comunità ebraiche italiane in “risposta” alla lettera di “perdono” di Emanuele Filiberto di Savoia II per la firma di Vittorio Emanuele III, il bisnonno, alle leggi razziali del 5 settembre 1938.

La lettera è stata resa pubblica venerdì sera, quando al tramonto comincia la giornata di riposo per gli ebrei. Solo quindi a conclusione dello Shabbat, le comunità ebraiche hanno potuto rispondere e le reazioni sono arrivate dall’Ucei e dalla Comunità ebraica di Roma. L’Unione sottolinea come le parole di Casa Savoia siano arrivate comunque in ritardo: “Oggi, dopo 82 anni il discendente, il bisnipote Emanuele Filiberto, afferma un sentimento di ripudio e condanna rispetto a quanto avvenuto. Un lasso di tempo molto lungo. Perché ora? Si tratta in ogni caso di un’iniziativa che è da ritenersi ad esclusivo titolo personale, rispondendo ciascuno per i propri atti e con la propria coscienza”. Lo sguardo degli ebrei italiani oggi si volge al futuro: “Ogni forma di nostalgia di quel regime deve essere severamente affrontata ed arginata. È verso i giovani del nostro Paese, dell’Europa che ci riunisce intorno ai valori fondamentali dell’uomo, che la condanna – non la richiesta di perdono per riabilitare il casato – va rivolta, affinché dicano il più convinto ‘mai più’”.

Sulla vicenda è intervenuta anche la Comunità ebraica di Roma: “Prendiamo atto delle dichiarazioni di Emanuele Filiberto di Savoia. Il rapporto con Casa Savoia, nella storia e nella memoria è noto e drammatico. Ciò che è successo con le leggi razziali, al culmine di una lunga collaborazione con una dittatura, è un’offesa agli italiani, ebrei e non ebrei, che non può essere cancellata e dimenticata. Il silenzio su questi fatti dei discendenti di quella Casa, durato più di ottanta anni è un’ulteriore aggravante. I discendenti delle vittime non hanno alcuna delega a perdonare e né spetta alle istituzioni ebraiche riabilitare persone e fatti il cui giudizio storico è impresso nella storia del nostro Paese”.

*Agensir

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