Un Duomo gremito, una celebrazione intensa e un forte richiamo alla responsabilità del servizio ecclesiale: il Giubileo dei catechisti di Reggio Calabria è stato un momento di grazia e di impegno condiviso, guidato dall’arcivescovo Fortunato Morrone.

Un mandato che coinvolge la vita intera
Un Duomo gremito per celebrare un ministero essenziale, spesso silenzioso ma vitale per la trasmissione della fede: un vero e proprio «mandato» quello che l’arcivescovo di Reggio Calabria-Bova, Fortunato Morrone, ha consegnato oggi pomeriggio ai catechisti della diocesi, riuniti in Cattedrale per il loro Giubileo organizzato dall’ufficio catechistico diocesano, guidato da don Stefano Ripepi, e dal vicario per la catechesi, don Antonio Bacciarelli. È stata un’assise che ha messo al centro la figura del catechista prima di tutto come testimone credente, chiamato a un «cammino credente di apprendistato» che dura l’intera esistenza.
Nel corso della sua omelia, monsignor Morrone ha subito scardinato l’idea riduttiva del catechismo come volontariato o semplice impegno part-time: essere catechisti, ha sottolineato, «non è un volontariato perché coinvolge la vostra vita». È un’immersione totale in un percorso dove si impara costantemente, poiché «soltanto uno è il nostro maestro».
Evangelizzazione, liturgia e carità: i tre pilastri della comunità cristiana
Il presule ha poi richiamato i tre pilastri fondamentali che reggono la comunità cristiana: l’evangelizzazione, la liturgia e la carità. Pur ribadendo la loro intima connessione, l’arcivescovo ha offerto una riflessione netta sulla loro gerarchia. Ha spiegato che, se per assurdo si dovesse scegliere, «noi dobbiamo scegliere il Vangelo».
Il motivo di questo primato assoluto è squisitamente cristologico: mentre altre religioni hanno le loro liturgie e molte organizzazioni laiche praticano una lodevole solidarietà, «non tutti come noi confessano il Signore Gesù. Ecco la priorità».
La formazione permanente come stile di vita
Da questa centralità del Vangelo discende la necessità pastorale di non sentirsi mai «arrivati». Con una metafora efficace, l’arcivescovo ha paragonato la formazione permanente alla consuetudine di aggiornare le proprie competenze culinarie. «Ci aggiorniamo per delle buone ricette… io ti chiedo di più. Aggiorniamoci per saper rispondere alle domande sempre più profonde e talvolta spiazzanti dei ragazzi, che oggi cominciano a farti domande… perché non sai come rispondere».
Testimoniare con la vita il Vangelo di Gesù
Il cuore della missione catechistica, infatti, non è trasmettere nozioni astratte, ma la vita stessa di Gesù. Monsignor Morrone ha evidenziato come, a distanza di anni, di un catechista forse non si ricorderanno le “formule”, ma il fatto che «gli hai trasmesso un pezzo di Vangelo con la tua vita, con la tua dedizione, con il tuo sguardo».
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Questa trasmissione autentica è possibile solo vivendo la prima beatitudine: la povertà. Una povertà intesa non come miseria materiale, ma come la scelta stessa di Dio, che «pur essendo di natura divina» non ha trattenuto gelosamente la sua condizione, ma «si è espropriato, si è consegnato».
Catechisti “preziosi” per la vita della Chiesa
Riconoscendo il valore insostituibile di questo servizio, l’arcivescovo ha concluso con un forte ringraziamento, definendo i catechisti «preziosi». Un ruolo talmente cruciale che, ha chiosato, se i catechisti incrociassero le braccia «si blocca la Chiesa».
Il mandato ricevuto in Cattedrale è un forte appello alla responsabilità: essere testimoni di un «dono» che va continuamente coltivato e condiviso, con la consapevolezza che «il Signore ti guarda veramente con amore e ti dice: “Grazie”».













