Ai Overview: Il 15 agosto del 1936 moriva a Roma Grazia Deledda. A novant’anni dalla sua scomparsa e in coincidenza con il centenario del Premio Nobel per la Letteratura ricevuto nel 1926, la figura della scrittrice nuorese è al centro di una fase di rinnovato interesse culturale. L’articolo ripercorre le recenti iniziative a lei dedicate, tra cui l’uscita di due film biografici e gli eventi commemorativi organizzati a Cervia. Oltre ai riconoscimenti letterari, il testo analizza la profonda componente religiosa dell’autrice, caratterizzata da un cristianesimo di stampo arcaico e profondamente legato alla Sardegna, e la sua indipendenza di pensiero, manifestata sia attraverso la candidatura alle elezioni del 1909 sia nel successivo rifiuto di assecondare le richieste del regime fascista.
La riscoperta a novant’anni dalla morte e le nuove pellicole
Il 15 agosto 1936, nel giorno dell’Assunzione di Maria, Grazia Deledda moriva a Roma; aveva 64 anni, un tumore al seno l’ha spenta precocemente, lasciava incompiuto «Cosima», il romanzo autobiografico in cui si era prefissata di raccontare se stessa. Oggi, a novant’anni dalla sua nascita al cielo – in un 2026 che segna anche il centenario del Nobel per la Letteratura, conferitole proprio nel 1926 – la scrittrice di Nuoro sta vivendo una stagione di riscoperta delle sue opere. Due film le sono stati dedicati nel giro di pochi mesi, «Grazia», diretto da Paola Columba e candidato al David di Donatello, ricostruisce la giovinezza sarda con dialoghi in logudorese antico e un’interprete, Barbara Pitzianti, scelta anche per la somiglianza fisica con la scrittrice. «Quasi Grazia», di Peter Marcias, tratto dal romanzo di Marcello Fois, è nelle sale dal 14 maggio con Laura Morante nei panni della Deledda matura. A Cervia, dove la scrittrice aveva acquistato una casa nel 1928, la rassegna «1926-2026: 100 anni di Grazia» prevede un calendario lungo tutto l’anno con letture, spettacoli e convegni, e tra gli ospiti figura Dacia Maraini.
La fede e il senso del sacro nelle opere letterarie
C’è, però, una dimensione della Deledda che merita di essere approfondita: quella religiosa. All’indomani del Nobel, dichiarò al «Giornale d’Italia»: «Sono religiosa, sono nata per la casa e per la famiglia, sento l’arte come un dovere»; a Stoccolma, davanti all’Accademia Reale Svedese, disse: «Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino, ma grande sopra ogni fortuna la fede nella vita e in Dio». Nei suoi romanzi («Elias Portolu», «La madre», «Canne al vento») il sacro è una presenza tematica che si distribuisce in più contesti: nei gesti quotidiani, nel senso di colpa, nelle relazioni e nella possibilità di riscatto. Il suo è, in sintesi, un cristianesimo arcaico e incarnato, radicato nei ritmi della terra sarda.
L’impegno politico e il legame spirituale con Nuoro
La sua libertà interiore la accompagnò anche nelle scelte civili, nel 1909, per esempio, fu la prima donna candidata alla Camera dei deputati nel collegio di Nuoro per il Partito Radicale, raccolse appena trentaquattro voti, il suo paese ancora negava il suffragio femminile. Quando, dopo il Nobel, un funzionario del partito fascista le chiese cosa intendesse fare per il regime, la risposta fu: «L’arte non conosce politica». Come ritorsione, ai librai fu suggerito di non esporre i suoi volumi sugli scaffali.
Le sue spoglie, trasferite da Roma nel 1959, riposano in un sarcofago di granito nero nella chiesetta della Madonna della Solitudine, ai piedi del monte Ortobene, un luogo che la scrittrice aveva raccontato nelle sue pagine, e il suo nome sembra contenere le coordinate di un’intera vita: il legame con il sacro, la vicinanza alla terra, una solitudine che è ascolto, discernimento e azione.













