Il compito del docente: «Indicare la strada»

di Pietro Sergi* – Ho partecipato all’inaugurazione dell’anno scolastico e all’accoglienza dei nuovi alunni della mia scuola. Sono rimasto molto colpito da una novità presente nei colleghi insegnanti, nella dirigente, nelle autorità: una trepidazione strana mai vista prima, trepidazione per i ragazzi che guardavamo entrare un po’ storditi attraverso le mascherine ma in attesa di un bene. Ho percepito il diffondersi di una commozione dovuta all’imporsi del senso dell’incertezza sul loro futuro, incertezza che ogni giorno di più mostra la sua faccia severa. Che ne sarà di loro? È la domanda tacita che sentivo condividere con tutti gli adulti presenti e negli occhi di qualche insegnante ho sorpreso qualche lacrima di commozione o di compassione. Per questo vorrei intervenire anch’io e portare un piccolo contributo personale nella riflessione che riguarda la didattica scolastica in questo momento così delicato e confuso, facendo forza sulla mia esperienza di insegnante e sulla chiara comprensione di quale sia la posta in gioco. Si discute molto sul valore della didattica a distanza, sul pericolo della chiusura delle scuole a causa dell’incremento del contagio. Più che aggiungere analisi, più o meno viziate da proprie precomprensioni e convincimenti, vengo a mettere in luce alcuni interrogativi, che spero inducano a una riflessione.
L’interrogativo a mio avviso meno considerato è il seguente: occorre “tornare” alla normalità oppure è necessario accettare di “discernere e favorire” qualcosa di diverso, che da questa dolorosa circostanza sta generando? La didattica in presenza è la scuola “vera” oppure basta rassegnarsi enfatizzando i vantaggi della didattica a distanza? La scuola non è sempre in presenza? La relazione con gli studenti consiste nell’averli “vicini”? Cos’è “vicino”? Cosa “lontano”? Se è certo che uno schermo non fa percepire il calore di un rapporto, tuttavia è anche vero che non basta l’essere “in presenza” per raggiungere il cuore di un allievo. Ora più che mai appare evidente il fatto che insegnare richiede un di più di consapevolezza in chi svolge questo altissimo compito. Molto dipende dal fatto che l’insegnante ci sia con tutto sé stesso nella relazione con l’allievo. Si comunica solo ciò che si vive. Si comunica la passione per una disciplina, solo se si è ancora, pur essendo insegnanti, in una posizione di ricerca appassionata. Gli anni di insegnamento hanno via via chiarito in me che il compito del docente è indicare una strada per la vita. Questo tempo lancia una sfida che sta ad ognuno raccogliere: quella di una verifica del proprio essere insegnante, prima che del cambiamento delle strutture, che pure dovranno mutare di conseguenza. Si tratta di un lavoro su di sé, nella relazione continua con l’altro, studente o collega. Credo che sia necessario anche ripensare la scelta degli argomenti: quali contengono una strada di ricerca “intrigante” per i ragazzi? Quali li sfidano di più? Quali servono di più a individuare e sostenere il proprio cammino di uomini? Dal mio punto di vista, il tempo che stiamo vivendo esalta di più la necessità di una corresponsabilità a tutti i livelli, non vincerà un ritorno al passato, ma un rilancio intelligente e condiviso della curiosità e dell’amore alla verità.

 

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