L’approccio alla morte e all’elaborazione del lutto sta subendo una profonda mutazione nell’era contemporanea, spinta dall’evoluzione delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale. Se storicamente la società ha tentato di allontanare il pensiero della fine, oggi le piattaforme social e gli schermi degli smartphone ripropongono la tematica sotto nuove vesti, trasformando il web in un vasto archivio della memoria. Il saggio di Davide Sisto “Vivere per sempre”, al centro di questa analisi, esplora le conseguenze di tale passaggio: dal progressivo accumulo di profili inattivi che supereranno quelli degli utenti in vita, fino alle dinamiche del cordoglio performativo su TikTok. La riflessione si spinge inoltre sulle questioni etiche legate ai cosiddetti “thanabot”, algoritmi progettati per simulare interazioni con chi non c’è più, sollevando interrogativi cruciali sulla necessità di preservare il diritto umano al congedo definitivo di fronte alle logiche della conservazione digitale.
Il tabù della fine e la metamorfosi antropologica
La società occidentale ha cercato in ogni modo di allontanare lo spettro della fine, confinando la sofferenza nelle stanze d’ospedale e separando nettamente i luoghi della morte da quelli della vita. Eppure, un paradosso si aggira tra le pieghe della nostra quotidianità iperconnessa: mentre il mondo fisico rimuove il limite biologico, gli schermi degli smartphone lo ripropongono sotto una veste inedita. Il saggio “Vivere per sempre. L’Aldilà ai tempi di ChatGPT”, scritto dal filosofo e tanatologo Davide Sisto e pubblicato da Bollati Boringhieri, indaga proprio questa complessa metamorfosi antropologica. L’indagine prende le mosse da un evento emblematico avvenuto a Torino nel 2023, dove cinquecento persone si sono riunite in un Death Café per dialogare apertamente su un interrogativo fondamentale: «In che senso la morte può far parte della vita?». L’ampia
partecipazione a simili iniziative testimonia un bisogno profondo di superare il tabù sociale della fine, un’esigenza che trova oggi nei social media e nell’intelligenza
artificiale i suoi strumenti più controversi.
La Rete come cimitero digitale e il fenomeno del foreverismo
Il testo osserva come la Rete si stia inesorabilmente trasformando in un immenso cimitero digitale. Sulla base di recenti studi statistici, l’autore evidenzia che entro la fine del
secolo i profili di utenti deceduti potrebbero superare ampiamente quelli dei vivi su piattaforme come Facebook. Questa stratificazione di dati immutabili nutre quello che viene definito foreverismo, ovvero il tentativo culturale di cancellare la nostalgia e mantenere il passato costantemente attivo nel presente. Il volume analizza come le bacheche virtuali si tramutino in immensi archivi enciclopedici, luoghi in cui l’identità passata si cristallizza offrendo a chi resta un ricordo costantemente accessibile. La
piattaforma creata da Mark Zuckerberg è divenuta un moderno spazio pubblico per
il cordoglio, permettendo la diffusione di necrologi digitali e l’elaborazione di forme di narrazione commemorativa condivisa. Tuttavia, l’immobilità di questa memoria sempre disponibile rischia di ostacolare la sana accettazione della perdita, infliggendo al dolente «la stilettata rovente di un ricordo» da cui sembra impossibile separarsi.
Il lutto performativo sulle nuove piattaforme
Il paesaggio descritto nel saggio si addentra anche nelle dinamiche delle piattaforme più recenti, dove il dolore assume forme visive e performative. Su TikTok, ad esempio, l’esposizione del lutto si articola a tratti come una vera e propria rappresentazione a episodi, in cui gli utenti documentano il percorso della propria solitudine o la preparazione per un funerale, intercettando etichette virali come #grieftok. Lo sguardo analitico del libro riconosce in queste pratiche un tentativo di rompere l’isolamento che spesso circonda chi rimane. In una società che fatica a tollerare la lentezza dell’elaborazione del trauma, le comunità virtuali sorte su Reddit o le confessioni su YouTube offrono uno spazio di
ascolto dove la vulnerabilità trova una inaspettata accoglienza.
Immortalità digitale, thanabot e il diritto al congedo
La riflessione si fa ancor più cruciale quando l’analisi affronta l’orizzonte dell’immortalità digitale, sostenuta dalle innovazioni nel campo dell’intelligenza artificiale. Lo sviluppo di tecnologie capaci di imitare la voce dei defunti o la creazione di ologrammi in grado di presenziare alle proprie esequie sollevano interrogativi etici formidabili. I cosiddetti
thanabot, entità algoritmiche addestrate sulle tracce testuali e vocali lasciate in vita da una persona, promettono di simulare una conversazione attiva oltre la morte. Il volume chiarisce però che non ci si trova di fronte a un prolungamento della vita, ma a riproduzioni prive dell’imprevedibilità, delle incoerenze e della profonda complessità che rendono unico ogni essere umano. L’opera si chiude esortando il lettore a una matura alfabetizzazione tecnologica: gli strumenti digitali, se abbandonati alle sole logiche del profitto, rischiano di trasformare le memorie intime in un «cadavere informazionale». Occorre invece tutelare il diritto al congedo, affinché il ricordo rimanga un atto umano di significato e non un infinito e freddo monologo generato dal codice di un server.













