Avvenire di Calabria

Il militare dell'Arma, il 23 settembre del '43, si sacrificò per salvare la vita a 22 innocenti

Il Servo di Dio Salvo D’Acquisto, carabiniere vittima del nazismo

La sua scelta di arruolarsi arrivò dopo un lungo discernimento: la sua fu una scelta vocazionale

di Salvatore Dromì *

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Il Servo di Dio Salvo D’Acquisto, carabiniere vittima del nazismo. Il militare dell'Arma, il 23 settembre del '43, si sacrificò per salvare la vita a 22 innocenti.

Il Servo di Dio Salvo D’Acquisto, carabiniere vittima del nazismo

Ci sono date che segnano il destino di un Paese, rimanendo indelebili nella memoria e nella coscienza collettiva. L’8 settembre 1943 rappresenta per l’Italia una di queste, un dramma dalle molte sfaccettature, un evento che segnò la fine delle ostilità contro gli Alleati e la conseguente fine dell’alleanza con la Germania nazista, ma soprattutto segnò l’inizio di una delle pagine più dolorose per il nostro Paese: la guerra civile. L’Italia, agli inizi di quell’anno, era ormai un Paese al collasso, non più in grado di sostenere lo sforzo bellico. Durante l’estate cominciò quindi a maturare la decisione, presa dal re e dagli alti comandi dell’esercito, di abbandonare la Germania e uscire dalla guerra. Nei mesi di luglio e agosto, nella massima segretezza, i capi del governo italiano cercarono, spesso goffamente, di prendere contatti con gli Alleati per negoziare la resa. Si arrivò così al 3 settembre dove a Cassibile, in Sicilia, l’Italia e l’alleanza anglo-americana nelle persone del generale Giuseppe Castellano e del generale Walter Bedell Smith firmarono un armistizio, noto come “armistizio breve”. Le clausole dell’accordo, tenuto all’inizio segreto, prevedevano la resa incondizionata del nostro Paese. Tra grande confusione e incertezza si giunse così all’8 settembre. Verso le 19.40, lo speaker Giovan Battista Arista annunciò Badoglio e poco dopo la sua voce registrata lesse il proclama con cui il Regno d’Italia annunciava la resa senza condizioni. Dopo il discorso passarono diverse ore di calma apparente. Fu un’illusione! Già nel corso della notte i tedeschi cominciarono a prendere posizione con l’ordine di disarmare gli italiani.


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Qualche giorno dopo, il 22 settembre 1943, un distaccamento dell’esercito tedesco era giunto a Palidoro, località sul Tirreno che dista da Roma circa 30 km. In tale occasioni alcuni soldati penetrarono in una Torre di avvistamento saracena che si trovava a poca distanza. Prima dell’arrivo delle suddette truppe tedesche, questa torre era presidiata dalla Guardia di Finanza. Un maresciallo e due finanzieri avevano il compito di impedire il traffico di contrabbando e soprattutto la pesca fraudolenta. All’arrivo delle truppe tedesche i finanzieri non erano già più presenti, e quindi soldati tedeschi entrarono facilmente nella torre per perquisirla. Trovarono, tra l’altro, una cassa metallica chiusa che esplose nel tentativo di forzarla, causando la morte di un soldato e il grave ferimento di altri due. Questo fatto fu interpretato dai tedeschi come un atto di sabotaggio perpetrato nei loro confronti. I tedeschi erano perfettamente al corrente del fatto che la torre di Palidoro era una caserma della Guardia di Finanza e che i militari l’avevano abbandonato poco prima del loro arrivo. Proprio per questo, dopo lo scoppio, si misero immediatamente alla ricerca del Maresciallo comandante, ritenuto responsabile dell’attentato. Sapevano infatti che doveva essere residente in città. Tuttavia non lo trovarono perché si era recato a Roma. a mattina del 23 settembre 1943, a poche ore dall’esplosione, le ricerche dei finanzieri erano state vane. Così una motocicletta tedesca fu inviata in cerca della polizia italiana. I fatti narrati sono frutto della ricostruzione effettuata sulla base di più di 50 interrogatori effettuati sia nel periodo immediatamente successivo allo svolgersi dei fatti, sia a guerra finita. Il presidio di polizia più vicino era la caserma dei Carabinieri di Torrimpietra, a pochi km da Palidoro. A comando della caserma in quel momento vi era il vicebrigadiere Salvo D’Acquisto. I tedeschi lo portarono via in sidecar, trasferendolo a Polidoro tra le 8 e le 9 del mattino. Tale fatto divenne ben presto di dominio pubblico nelle due località. Dagli avvenimenti che seguirono, fu chiaro che Salvo D’Acquisto, fino al momento del suo arresto, era del tutto ignaro di quanto successo e che perciò non poteva elargire alcuna informazione. E infruttuosi quindi rimasero i tentativi fatti dai tedeschi di estorcere da lui informazioni, ricorrendo a maltrattamenti e percosse nelle ore successive al suo arresto. Quasi allo stesso tempo i tedeschi decisero di effettuare una vasta retata di civili a Torrimpietra. Ciò aveva una doppia finalità. Ottenere informazioni utili per giungere a catturare e punire gli autori del presunto attentato e, in secondo luogo, arrestare un considerevole numero di ostaggi i quali sarebbero stati puniti per rappresaglia qualora i responsabili dell’attentato non fossero stati scoperti. Quando il camion con 22 ostaggi giunse a Palidoro essi vennero innanzitutto intimoriti dai militari tedeschi e interrogati uno per uno per estorcere informazioni utili a trovare il responsabile del presunto attentato. Naturalmente tutti gli ostaggi sentiti non furono in grado di offrire le informazioni richieste.


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Anche Salvo D’Acquisto, che era già stato interrogato, fu aggregato al gruppo dei 22 ostaggi e tutti furono portati alla torre di Palidoro. Guardati a vista da soldati armati ricevettero dei badili e l’ordine di scavare una fossa profonda. Poiché il numero dei badili era insufficiente alcuni tra essi furono obbligati a scavare il terreno sabbioso con le mani. Tra questi ultimi anche Salvo D’Acquisto. Naturalmente tutti capirono cosa sarebbe successo di li a poco… Ma chi era il vicebrigadiere Salvo D’Acquisto. Nacque a Napoli, nel quartiere del Vomero, il 15 ottobre 1920. Era il primogenito di Salvatore D’Acquisto e Ines Marignetti, che ebbero in tutto otto figli, cinque dei quali sopravvissero all’infanzia. Il padre era un semplice operaio. Nel mese di gennaio 1921 venne battezzato con i nomi di Salvo Rosario Antonio. Fu iscritto all’asilo delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che frequentò fino ai sei anni d’età. Frequentò le prime tre classi delle elementari presso l’Istituto Statale Luigi Vanvitelli. Nel frattempo, si recava spesso nella chiesa dei Gesuiti, dove prendeva lezioni di catechismo e serviva Messa; s’iscrisse anche all’Apostolato della Preghiera. In seguito passò alla quarta come allievo dell’istituto «Sacro Cuore» dei Salesiani. Terminato quel ciclo, studiò per due anni, dal 1931 al 1933, alla scuola d’avviamento professionale Giovanni Battista Della Porta, ma per il ginnasio tornò dai Salesiani. Verosimilmente fu lì che apprese come amare il lavoro, la preghiera e il dominio di sé, maturando un carattere riservato e mite che molte fonti riportano. Ormai diciottenne, Salvo ricevette la cartolina per la visita di leva. A causa della chiusura della ditta dello zio, aveva perso il lavoro e, con esso, la possibilità di sostenere la sua numerosa famiglia. Un giorno chiese alla sorella Francesca di accompagnarlo alla chiesa della Madonna del Rosario di Pompei, da non confondersi col più celebre Santuario omonimo. Dopo aver a lungo pregato, prese una ferma decisione: arruolarsi nell’Arma dei Carabinieri. Divenne effettivo il 5 gennaio 1940 e fu assegnato al Comando della Legione di Roma; Dopo l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, Salvo fu inviato in Africa settentrionale.  Fu al fronte per alcuni mesi, ma nel 1941 dovette essere ricoverato: prima all’ospedale da campo di Terna, poi a quello militare di Bengasi per enterocolite, sopraggiunta a una ferita alla gamba. Anche sotto la tenda pregava pubblicamente e invitava gli altri a unirsi a lui, specie durante gli attacchi aerei. Per questo motivo, sia gli ufficiali sia i commilitoni ebbero una grande stima di lui, sia per i suoi principi morali sia per la sua fede. Rientrò in Italia nel 1942, subito aggregato alla Scuola Sottufficiali di Firenze, dove frequentò il corso accelerato per essere promosso vicebrigadiere: ottenne il grado il 15 settembre 1942. Da li fu destinato a Torrimpietra. Ma torniamo a quel 23 settembre 1943. Da testimonianze giurate dei testi, subito dopo  aver scavato le fosse, il giovane vicebrigadiere si fece avanti e chiese di parlare con un sottufficiale tedesco. Egli sapeva che secondo le norme di diritto internazionale una rappresaglia non può essere effettuata se viene catturata la persona responsabile di un atto di sabotaggio. E agì per come il suo animo e i suoi principi avevano sempre guidato le sue azioni. Dichiarò all’ufficiale tedesco di essere lui il responsabile di quanto accaduto e chiese che venissero messi in libertà i 22 ostaggi, perché certamente innocenti ed estranei a quanto accaduto.


* Studente Istituto superiore di Scienze religiose "Monsignor Vincenzo Zoccali"

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