A pochi mesi dallo storico Conclave del maggio 2025, che ha portato Robert Francis Prevost sulla Cattedra di Pietro, il vaticanista de Il Fatto Quotidiano, Francesco Antonio Grana, torna in libreria con Leone XIV. La storia (Elledici). Un testo che offre la cronaca diretta di una successione che Grana aveva previsto con sorprendente anticipo dalle colonne del suo giornale. In questa intervista, l’autore ci guida attraverso i retroscena dell’elezione e analizza i primi passi del pontificato: dalla scelta del nome, che richiama la dottrina sociale, alla prima esortazione apostolica Dilexi te, fino alla missione prioritaria affidatagli dai cardinali: «ricucire gli strappi» interni alla Chiesa. Un dialogo a tutto campo per capire dove sta andando la barca di Pietro dopo la rivoluzione di Francesco.
Francesco, sei stato il primo vaticanista a individuare in Prevost il successore di Francesco. L’hai scritto una settimana prima del Conclave. Come hai fatto?
Conosco Prevost dal 2023. L’ho incontrato quando è arrivato a Roma, rientrato dal Perù, e papa Francesco lo aveva nominato Prefetto del Dicastero per i vescovi. Ci siamo conosciuti in maniera del tutto casuale grazie a un comune amico, il cardinale Salvatore De Giorgi, che abitava e abita ancora nello stesso palazzo dove, invece, viveva l’allora monsignor Robert Francis Prevost, in via di Porta Angelica. Ci vedevamo spesso: nell’atrio, sulle scale, nei passaggi di ogni giorno. Così, quasi naturalmente, abbiamo iniziato a parlarci e a conoscerci. A un certo punto gli dissi che sarebbe diventato cardinale, e anche a breve: ero convinto che avrebbe aperto la lista del concistoro della sua creazione cardinalizia. Lui mi prendeva un po’ in giro, ripeteva che una cosa del genere non si sarebbe mai verificata.
Da Papa, poi, abbiamo scherzato su questo: prima gli avevo detto che sarebbe diventato cardinale e poi che sarebbe diventato Papa, e le due “profezie” si sono effettivamente avverate. Gli ho anche assicurato che mi fermerò: niente altre previsioni per il futuro. Da allora ho continuato a seguirlo, cercando di capire perché papa Francesco lo avesse chiamato dal Perù per affidargli un ruolo così delicato. E nei mesi che hanno preceduto la morte di papa Francesco ho provato anche ad ascoltare le sensazioni, le aspettative, l’orientamento di quei cardinali che sarebbero entrati nella Cappella Sistina per scegliere il successore di Bergoglio. In questo percorso è stata decisiva una passeggiata, per certi versi provvidenziale, che ho fatto con l’allora cardinale Prevost nel pomeriggio di domenica 4 maggio 2025. Alla fine dell’ultimo dei novendiali per Bergoglio, siamo usciti casualmente insieme dall’Arco delle Campane e l’ho accompagnato a casa, al Palazzo del Sant’Uffizio. Non sapevo che si fosse trasferito.
Me lo spiegò lui stesso: da meno di due mesi aveva scelto di spostarsi da via di Porta Angelica al Palazzo del Sant’Uffizio come abitazione. Durante quel tragitto ho guardato i suoi occhi e ho colto quanto fosse pensieroso, poco allegro. Di solito, quando ci incontravamo, scherzavamo: facevamo battute, ci raccontavamo barzellette; era sempre un momento divertente, cordiale. Quella domenica, invece, aveva lo sguardo velato di malinconia e di tristezza, ed era evidente un pensiero più pesante del solito. Quando ci siamo salutati, gli ho augurato non solo buona domenica, ma buona settimana. E a quel “buona settimana” — era la settimana del Conclave — lui ha abbassato lo sguardo. È lì che mi sono convinto definitivamente che sarebbe stato il successore di papa Francesco.
Nel libro sottolinei come la scelta del nome Leone XIV richiami la Rerum Novarum e la dottrina sociale della Chiesa. Secondo te, perché Prevost, un agostiniano americano, ha sentito il bisogno di questo specifico richiamo?»
Sicuramente c’è stato un grande rapporto fra Leone XIII e gli agostiniani, e lui lo ha voluto sottolineare fin dall’elezione al pontificato. E poi c’è questa enciclica straordinaria, che tutti quanti abbiamo studiato già a scuola e che, indubbiamente, ha segnato la storia: non solo la storia della Chiesa cattolica, ma la storia mondiale. La Rerum Novarum è del 1891 e arriva in un momento preciso: Gioacchino Pecci parla dei diritti degli operai, del diritto allo sciopero, del ruolo importante dei sindacati. Siamo alla fine dell’Ottocento e, con lo sfruttamento che c’era, tutto questo poteva sembrare davvero pura utopia. Eppure parlare di queste “cose nuove”, come appunto richiama il titolo dell’enciclica di papa Pecci, era qualcosa di straordinario. Tant’è che quell’enciclica ha inaugurato un filone decisivo del magistero della Chiesa cattolica: la dottrina sociale.
Una dottrina che poi è stata ripresa da tutti i suoi successori, da tutti i successori di Leone XIII. Non a caso alcuni hanno voluto commemorarne gli anniversari, le cifre tonde, fino a san Giovanni Paolo II che, con la Centesimus Annus, ha voluto celebrare i cent’anni della Rerum Novarum: il primo secolo, potremmo dire, della Rerum Novarum. Leone XIV, dunque, vuole rileggere la dottrina sociale della Chiesa cattolica alla luce del mondo odierno: un mondo ovviamente completamente diverso da quello dell’epoca di papa Pecci. E questa rilettura assume anche una declinazione specifica, importante, che lui stesso, da matematico e canonista, ha già indicato: l’intelligenza artificiale e, soprattutto, il rapporto che l’etica deve avere con l’intelligenza artificiale. Tutti quanti ci ricordiamo che già papa Francesco, nel G7 che si è svolto in Puglia — è stato il primo papa, Bergoglio, a partecipare al G7, primo e unico finora — aveva parlato proprio dell’intelligenza artificiale, che era al centro di quella sessione. E tutti quanti ci ricordiamo quanto avesse richiamato l’importanza dell’etica in relazione alle nuove tecnologie.
È chiaro che la riflessione di Leone XIV, proprio perché è quella di un matematico, seguirà questa strada, aprendosi ovviamente a nuovi aspetti. Ma c’è anche un altro punto che, secondo me, è fondamentale e va sottolineato: il richiamo costante al Concilio Ecumenico Vaticano II. Questo richiamo ci ricorda anche che il primo documento del Vaticano II è stata la Inter Mirifica. È stato quel decreto conciliare a definire le nuove tecnologie — ovviamente nuove tecnologie del 1963, data di approvazione della Inter Mirifica — come “cose meravigliose”. E allora parlare oggi di intelligenza artificiale ci fa pensare che la tecnologia rientri sicuramente in quella definizione dei padri conciliari: “tra le cose meravigliose”. Ma a una condizione: che dialoghi con l’etica e che dialoghi, soprattutto, con un mondo che deve restare umano.
L’elezione di un americano è sempre stata vista come un tabù geopolitico. Cosa ha convinto i cardinali, nella tua ricostruzione, a superare questa barriera proprio adesso, proprio nel 2025?
Dicevano che Prevost era il meno americano degli americani, il meno statunitense degli statunitensi. Basta guardare la foto di gruppo dei cardinali elettori statunitensi alla vigilia del Conclave che ha eletto Prevost: risiedevano tutti quanti al Collegio Nordamericano. Prevost, però, non c’è. Non risiedeva lì, ma nel suo appartamento, al Palazzo del Sant’Uffizio. Paradossalmente era uno statunitense che, di fatto, non rientrava nella categoria dei “cardinali statunitensi”. Era già un cardinale di curia da un anno e mezzo, da quando papa Francesco lo aveva richiamato a Roma come Prefetto del Dicastero per i vescovi. E sicuramente questo ha influito molto, così come hanno influito molto le visite ad limina che si sono svolte nell’arco temporale in cui lui è stato Prefetto del Dicastero per i vescovi.
La conoscenza con l’episcopato mondiale e la sua esperienza missionaria — è stato poi Priore Generale per due mandati, per dodici anni, degli Agostiniani — hanno completato il quadro: non era percepito come “il cardinale nato a Chicago”. Certo, lui è uno statunitense e lo si vede anche nel suo stile di vita, ma non con quell’appartenenza così marcata a un certo mondo per cui si è sempre ripetuto: “non potremo mai avere un Papa statunitense perché altrimenti tutte le potenze più importanti saranno nelle mani di uomini nati sotto la bandiera a stelle e strisce”.
Quella è una massima che regge quando viene letta in modo disincarnato dalla realtà. Quando, invece, si sceglie l’uomo, non si guarda la sua nazionalità di appartenenza: si valuta se quel sacerdote, se quel vescovo, se quel cardinale sia idoneo a guidare la Chiesa cattolica nel tempo presente.
Scrivi che Leone XIV ha cambiato metodo rispetto a Francesco: è meno accentratore, più incline a delegare, ma deciso nel chiudere certe riforme. Possiamo dire che il bergoglismo è sopravvissuto al suo fondatore o è stato archiviato in fretta?
Bergoglio non voleva che il bergoglismo finisse con lui. Era un’angoscia che portava dentro, soprattutto negli ultimi anni del pontificato. Lo dico sulla base dei colloqui privati che abbiamo avuto: mi sono reso conto di questa sua ansia, di quel timore profondo che certe sue riforme, che io considero irreversibili, venissero sconfessate dal suo immediato successore. C’è una massima curiale molto antica e famosa che dice: “un Papa bolla e un Papa sbolla”. Eppure, c’è un filone del magistero di Bergoglio che rimarrà, rimarrà da qui in avanti nella Chiesa. Penso al magistero rivolto ai poveri, all’amore per i poveri. Non a caso la prima esortazione apostolica di Leone XIV, Dilexi te, è proprio dedicata all’amore per i poveri: un documento ereditato da papa Francesco e, insieme, un filone di magistero ereditato da papa Francesco. E poi c’è l’attenzione che papa Francesco ha posto, nella Chiesa, sul tema della misericordia.
Le riforme irreversibili, innanzitutto, sono quelle dello stile e poi quelle del magistero. È chiaro, invece, che la riforma della curia romana o altre riforme economiche e finanziarie possono essere riviste cammin facendo. Ma, per esempio, irreversibile è tutta l’opera normativa che Bergoglio ha realizzato nel contrasto non solo alla pedofilia del clero, ma soprattutto all’insabbiamento della pedofilia del clero che è andato avanti per decenni. E credo che, su tutti questi filoni, Leone XIV sia un erede perfetto di Bergoglio, un continuatore dell’opera di papa Francesco. Chiaramente, la Chiesa va avanti.
A un anno dall’elezione e a pochi mesi dall’uscita del tuo libro, quali delle profezie che hai inserito nel testo ti sembrano avverarsi di più nella Chiesa di oggi?
Credo, essenzialmente, a ciò che mi ha detto il cardinale Camillo Ruini: questo Papa, cioè papa Leone XIV, deve ricucire gli strappi all’interno della Chiesa cattolica. Se Bergoglio era stato eletto per essere un Papa “ad extra”, per aprire le sacrestie e aprire le chiese, quella Chiesa in uscita verso le periferie geografiche ed esistenziali — e quindi capace di recuperare qualsiasi uomo, qualsiasi donna in cerca di un messaggio fondamentale e definitivo per la propria vita — Leone XIV sta facendo un’operazione esattamente inversa. Non opposta, ma inversa: ricucire gli strappi all’interno della Chiesa. È un Papa “ad intra”, non è un Papa “ad extra”. Ciò non vuol dire che sia un evangelizzatore “ad extra”; ma c’era bisogno di un Papa che ricucisse gli strappi che si sono verificati — inutile negarlo — nel pontificato precedente.
E che riportasse su alcuni binari certe derive che, purtroppo, non per una volontà di Bergoglio, ma per un moto inerziale, si stavano verificando all’interno della Chiesa cattolica. E, sicuramente, il dibattito più importante è quello sinodale, che rischia di portare la Chiesa, soprattutto in alcuni episcopati nazionali, su derive luterane. Non a caso, c’è grande attenzione, da anni, per quello che è il cammino sinodale della Conferenza episcopale tedesca. C’è bisogno di ricucire questi strappi; c’è bisogno di medicare alcune ferite di persone, di fedeli che hanno sempre pensato di essere nella Chiesa e che, negli anni del pontificato di papa Francesco, si sono sentiti a disagio nel vivere nella Chiesa cattolica. E credo che questa — vogliamo dire una profezia? — sia già in atto e sia la vera e propria missione del pontificato di Leone XIV. E credo sia il motivo per cui Prevost è stato eletto Papa.













