Il virus ’ndrangheta e il rischio contagio

Un autunno che tarda ad arrivare solitamente è foriero di sentimenti positivi. Non se l’estate che lo ha anticipato ha rappresentato il punto di non ritorno per un territorio. Sistema Reggio, Fata Morgana, Reghion, Mammasantissima, Alchemia: sono i nomi delle operazioni, condotte dalla Dda di Reggio Calabria, che hanno squarciato il velo su un livello superiore della ‘ndrangheta, quella Santa, zona promiscua di cointeressenze. Ma ciò che disarma è la caduta, uno dopo l’altro, di tutti quei simboli a garanzia della collettività. Le Istituzioni, secondo quanto proferito anche nell’audizione in Commissione nazionale antimafia dal Procuratore Capo, De Raho, sono state – per decenni – «soggiogate » dal comitato d’affari retto da due eminenze grigie, note in Città anche per i precedenti penali, Paolo Romeo e Giorgio De Stefano. Ovviamente ci saranno tre gradi di giudizio per capire se le intuizioni dei pubblici ministeri troveranno riscontri probatori. Il garantismo non si svende, questo è ovvio. Lo stesso garantismo usato a corrente alternata dai patentati della lotta alla ‘ndrangheta. Il secondo tracollo culturale, che crea un clima di instabilità tangibile, è quello relativo proprio ai professionisti dell’antimafia. Ai colleghi giornalisti coinvolti nelle indagini, si aggiunge chi – per diversi anni – ha operato per nome e per conto della «giustizia sociale» ed oggi è coinvolto in una storia di gestione “allegra” di fondi pubblici. Ci riferiamo al Museo della ‘ndrangheta, monumentale holding sociale di Reggio Calabria, al cui presidente, Claudio La Camera, è stata notificata una chiusura di indagini a suo carico con l’accusa di truffa aggravvata ai danni dello Stato. Consisterebbe in mezzo milione di euro raggomitolato nelle rendicontazioni composte da fatture false, rimborsi gonfiati e utilizzo di fondi destinati al contrasto della criminalità organizzata per spese personali. La Camera, però, non ha il primato tra le realtà anti– ndrangheta finite sotto la la lente degli inquirenti. C’è chi, come Rosy Canale, fondatrice del movimento Donne di San Luca, è stata condannata – in primo grado – a quattro anni di reclusione. L’imprenditrice «con la schiena dritta» avrebbe utilizzato i finanziamenti, pubblici e privati, per il proprio guardaroba di lusso. Ipotesi della Dda, confermata dai giudici del Tribunale di Locri. Si potrebbe obiettare che tutti i contesti hanno le loro «mele marce», si pensi ai magistrati Giglio e Giusti, ma la promiscuità è un fatto proprio della ‘ndrangheta. Lungi da noi adoperarci in quell’adagio tipico della macchina del fango: «Sporchi tutti, sporco nessuno». Anzi tutt’altro: bisogna effettuare un lavoro certosino di cesura tra soggetti liberi ed altri interdipendenti da logiche relazionali deviate. Vanno operati dei distinguo, ma è una situazione che disorienta e spaventa. La ‘ndrangheta, mantiene l’aspetto intimidatorio, ma con armi più subdole. La «trasparenza» è certificata anche nell’ultima operazione Six Town condotta dalla Procura di Catanzaro, coordinata da Nicola Gratteri. Un’associazione malavitosa, quella della cosca di Cutro, in cui poliziotti, contabili–massoni e uomini di ‘ndrangheta coesistono. Un po’ come Pantaleone Mancuso, captato di nascosto, abilmente spiega ai suoi sodali. Lo stesso Mancuso a cui questa notorietà ha dato molto fastidio. In videoconferenza, in occasione del processo Black Money, ha minacciato il Procuratore aggiunto di Cosenza, Marisa Manzini. Metodi antichi, come le lettere dal carcere ai giornali di Paolo Romeo. La ‘ndrangheta si attorciglia su sé stessa e, nella spirale, provoca vuoti d’aria. Disequilibri che le aule di tribunale aiuteranno a comprendere fino in fondo: un grigiore che rende livida la pelle di una collettività che trova difficoltà a distinguere le forze sane da quelle criminali.

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