Una celebrazione che ha unito la memoria liturgica della Presentazione del Signore alla riflessione sul ruolo attuale dei religiosi nella società e nella Chiesa. La Cattedrale di Reggio Calabria è stata teatro, nella giornata di ieri, di un momento di preghiera e comunione presieduto dall’arcivescovo Fortunato Morrone, affiancato dai delegati arcivescovili don Graziano Bonfitto e don Bruno Verduci. L’appuntamento, coincidente con la XXX Giornata Mondiale della Vita Consacrata, ha offerto l’occasione per ribadire la centralità della testimonianza evangelica attraverso i consigli di povertà, castità e obbedienza, ma anche per festeggiare traguardi significativi di fedeltà religiosa. Tra ringraziamenti per il servizio svolto e inviti a non cadere nella mera ripetizione del passato, l’omelia del presule ha tracciato le linee guida per una presenza che sappia essere, ancora oggi, «profumo di bella umanità».
La celebrazione in Cattedrale e il saluto iniziale
La Cattedrale di Reggio Calabria ha accolto ieri la solenne celebrazione della Festa della Presentazione del Signore, coincidente con la XXX Giornata Mondiale della Vita Consacrata, un momento importante per la vita della Chiesa reggina che ha visto riunirsi la comunità diocesana attorno al suo pastore, l’arcivescovo Fortunato Morrone, il quale ha presieduto la liturgia concelebrata dai delegati arcivescovili per la vita consacrata maschile e femminile, don Graziano Bonfitto e don Bruno Verduci. La liturgia, che fa memoria dell’ingresso di Gesù nel Tempio, è sempre l’occasione per riflettere sul ruolo profetico dei consacrati e delle consacrate all’interno del tessuto ecclesiale e sociale, un ruolo essenziale, che garantisce la testimonianza viva del Vangelo nel mondo di oggi. Il rito si è aperto con l’intervento di don Bruno Verduci, che ha portato il saluto a nome di tutte le espressioni della vita consacrata presenti nell’arcidiocesi reggina-bovese, dall’Ordo Virginum alle Congregazioni Religiose, dagli Istituti Secolari alle sorelle contemplative della Visitazione.
Nelle sue parole è emersa la gratitudine verso l’arcivescovo, definito «infaticabile custode della gioia della nostra appartenenza a Cristo», in piena sintonia con il motto episcopale «Adiutores Gaudii vestri». Don Verduci ha sottolineato come i consacrati siano chiamati a essere «profetici Testimoni del Regno» attraverso la professione dei consigli evangelici di castità, obbedienza e povertà, vivendo una fedeltà creativa al carisma dei fondatori e animando le «diramazioni esistenziali della storia presente».
I giubilei di professione religiosa
Un momento particolare è stato il ricordo dei giubilei di professione religiosa: la comunità ha invocato una speciale benedizione per quattro religiosi che hanno raggiunto traguardi significativi nel loro cammino di fedeltà: suor Annunziata Lasco e suor Concetta Vono, delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che hanno celebrato rispettivamente il sessantesimo e il cinquantesimo anniversario, e i marianisti fratel Luciano Marin e padre Giancarlo Graziola, giunti al settantesimo e al cinquantesimo anno di vita consacrata.
La riflessione dell’arcivescovo: profezia e umanità
L’omelia dell’arcivescovo Fortunato Morrone ha poi approfondito il senso teologico ed esistenziale di questa giornata, legando la memoria della presentazione di Gesù ai volti concreti delle donne e degli uomini presenti. Il presule ha ringraziato i religiosi per la loro «presenza profetica», definendoli «presìdi della chiesa nell’evangelizzazione e nella carità» e «avamposti esistenziali» capaci di offrire speranza e cura con lo stile evangelico del proprio carisma. L’arcivescovo ha evidenziato come la nostra arcidiocesi non sarebbe la stessa senza tale presenza, apprezzata anche da chi non condivide la fede cristiana ma riesce a fiutare nel loro agire «il profumo di bella umanità». Al centro della riflessione di monsignor Morrone vi è stata la figura di Gesù, motivo ultimo della consacrazione di ogni religioso e religiosa: è nella povertà di Cristo, che non ha trattenuto nulla per sé, nella sua mitezza e castità, e nella sua obbedienza dialogica al Padre, che i consacrati intuiscono la bellezza della propria umanità.
Il vescovo ha posto l’accento sul concetto di tempo e compimento, notando come il Vangelo segnali che i giorni della purificazione «furono compiuti», non finiti, indicando un tempo di salvezza che non si consuma: la circoncisione e l’imposizione del nome a Gesù sottolineano l’appartenenza a una concreta porzione di umanità e a un contesto storico preciso, ricordando che ogni uomo e ogni donna appartiene di diritto a Dio.
Il discernimento tra la forza del vecchio e la novità di Cristo
Un passaggio importante dell’omelia ha riguardato la tensione tra il vecchio e il nuovo, citando le parole di papa Francesco e del cardinale Martini. L’arcivescovo ha messo in guardia dalla «forza del vecchio», un rischio che si corre quando il carisma viene vissuto come mera ripetizione dell’intuizione dei fondatori piuttosto che come attualizzazione nell’oggi della Chiesa. Morrone ha ammonito che, al di fuori del cammino e del discernimento ecclesiale, il carisma rischia di rinchiudersi in una «autoreferenzialità carismatica» che, pur essendo umanamente attrattiva, non coincide con la vita nuova in Cristo.
La conclusione dell’intervento del presule pitagorico ha richiamato il valore della vita comunitaria e della povertà come radice di ogni beatitudine, in un mondo spesso disgregato dal male. Accogliendo il bambino Gesù, luce del mondo, la Chiesa e i consacrati sono chiamati ad aprirsi alla sua perenne novità per divenire luce di speranza. Affidando questo desiderio a Maria, madre della Chiesa, l’arcivescovo ha esortato i presenti a far risplendere la loro testimonianza in un territorio che necessita di segni luminosi, confermando che il loro non appartenere più a se stessi è il segno tangibile che tutti apparteniamo al Signore.












