Il giornalista Pandullo ricorda trentasette anni in redazione: dalla cronaca locale alle edizioni costruite in salotto durante la pandemia
A volte mi chiedono quale sia stato il ricordo più esaltante degli anni del mio lavoro nella redazione della Rai in Calabria. Allora, indulgendo ai cliché di chi è attratto dal giornalismo a tinte forti, rispondo citando quel mio servizio che, all’indomani dell’omicidio a Lamezia del poliziotto Salvatore Aversa e della moglie, aprì sia il TG2 delle 19:45 che il TG1 delle 20. Tutto qui? Eppure – mi dico poi, ragionando tra me e me – in quella redazione ho lavorato per 37 anni, scalandone tutti i gradini, fino a diventarne il responsabile.

Allora penso all’anno del covid, a quando per cinque giorni di seguito preparammo il telegiornale da casa, raccordandoci con una chat fra noi e la conduttrice, la sola che poteva entrare, fisicamente, nella sede di Cosenza. Un caso limite, decisamente, in un periodo che fece registrare l’audience di telespettatori (che s’impenna durante le calamità) più alta di sempre. Ma pur sempre un caso limite. E così – finalmente -, assecondato il gusto di chi ama i sapori decisi, penso a qualcuna delle tante giornate di lavoro, iniziate da redattore semplice una splendida mattina di gennaio del secolo (anzi, del millennio) scorso, e concluse da inviato pochi mesi fa.
Un lavoro, svolgendo il quale mi sono sentito un vero privilegiato: perché è il lavoro che amo, perché l’ho potuto svolgere nella più importante azienda culturale d’Italia, perché l’ho potuto svolgere nella mia regione, che amo. Se vuoi essere universale, parla del tuo villaggio, diceva Tolstoj, e questo di sicuro non vuol dire non viaggiare, non acquisire esperienza o tecniche professionali. Comunque è proprio nella ferialità che il giornalismo assolve al suo compito, ed è nel giornalismo di prossimità che la Rai esalta la sua missione di servizio pubblico.
Questo non piacerà a chi pensa di trovare qui da noi l’eldorado della cronaca nera. Ma è dal 26 ottobre del 1944 – giorno che sancisce la trasformazione dell’EIAR in RAI – che l’emittente pubblica radiotelevisiva onora una consegna ben più ampia. La stessa in fondo, che in Calabria s’invera dal dicembre del 1959 e, in maniera sistematica e dettagliata, dal 1979, con l’arrivo della Terza Rete e, con i programmi, dei tg regionali che si aggiungono ai giornali radio. Non più solo grandi eventi dunque, ma anche quella ferialità fatta del racconto quotidiano dell’ordinario notiziabile; delle voci di chi non ha voce; di denunce e di successi, di speranze deluse o realizzate; della bellezza che si disvela dappertutto a saperla cercare: della vita insomma, di un paese, di una provincia, di una regione, restituita dalla periferia alla centralità.
Certo, la nostra, di regione, con una definizione memorabile quanto appropriata, venne definita “terra sismica” da Benedetto XVI, durante la sua visita in Calabria nel 2011. Una ragione ci sarà. Anzi, più d’una. Tre anni dopo papa Francesco, a Sibari, pronuncerà la sua famosa scomunica per gli ‘ndranghetisti. Io c’ero, in entrambe le occasioni, a darne conto. C’ero anche nel 1988 al Congresso Eucaristico Nazionale a Reggio Calabria con Giovanni Paolo II, dove feci le mie prime dirette. La ferialità del resto, è intervallata dalle feste.
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Come quella rappresentata dall’arrivo del digitale, che significa disporre delle riprese da qualsiasi computer fornito di connessione internet, che significa facilità di collegamenti in diretta e facilità di montaggio, che significa sito web dedicato e comunicazione anche sui social. Tutto così scontatamente semplice e immediato? Verrebbe da rispondere di si, ma c’è una condizione: la consapevolezza della dignità della persona. E che ci si sforzi, come insegnava il cardinale Martini, di “toccare il lembo del mantello”.
*già caporedattore Tgr Calabria













