Avvenire di Calabria

La riflessione di don Valerio Chiovaro tra Sacra Scrittura e devozione. Così la Consolatrice si è fatta Semplice tra i semplici

La Madonna sul bus, una presenza mai così vicina

Il sacerdote reggino riflette su un'immagine storica: «Una festa diversa, ma finalmente uguale a qual mistero di prossimità»

di Valerio Chiovaro

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La Madonna sul bus, una presenza mai così vicina. La riflessione di don Valerio Chiovaro tra Sacra Scrittura e devozione. Così la Consolatrice si è fatta Semplice tra i semplici. Pronta a fare, Lei, il "primo passo" verso i reggini.

La Madonna sul bus, una presenza mai così vicina

C’è una parola semplice, piccola, preziosa, che attraversa la Sacra Scrittura: è la parola vicino. Questa la sensazione della consegna del quadro in Cattedrale. Nell’ebraico (qarov) esprime una vicinanza fisica, temporale, e relazionale, anche con riferimento al rapporto con Dio. Così è in Levitico 10,3:  “Allora Mosè disse ad Aronne: «Di questo il Signore ha parlato quando ha detto: “In coloro che mi stanno vicino mi mostrerò santo e alla presenza di tutto il popolo sarò glorificato”». Aronne tacque”.

Il versetto dice di una prossimità dell’uomo a Dio che spiana la rivelazione e alimenta il silenzio: tacque Aronne! In 1 Re 8,59 -parte della benedizione di Salomone- sono le parole del sapiente ad essere “prossime”, alla presenza del Signore. Il silenzio di Aronne si apre qui alla parola presente al Presente.

E che dire poi dei Salmi? Qui, quasi come una cantilena dell’anima, si ripete copiosamente: “il Signore è vicino” (Sal 119;151), a chi ha “il cuore spezzato” (Sal 34,19); “a chiunque lo invoca” (145,18). Anche nel Nuovo Testamento “vicino” ha un significato profondamente relazionale: vicino è “a portata di mano”, nel senso di una prossimità non solo spaziale e temporale, ma anche in termini di “raggiungibilità”. Vicino è a portata di mano, cioè semplice.


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Mentre il Vangelo di Marco si apre già con questo indirizzo programmatico “il regno di Dio è vicino” (Mc 1,15), la maggiore ricorrenza del verbo greco si ha in Luca. Anche qui, il vicino si carica di prossimità’ straordinaria nella sua portata escatologica. “Il regno di Dio è vicino”, questo è l’argomento di ogni annuncio (Lc 10,9-11). “Il tempo è vicino”, questa la ragione del discernimento (Lc 21,8). “Dio è vicino” e questa è l’ermeneutica della lettura dei fatti, dentro l’orizzonte del fine (Lc 21,30-31). L’ultimo (l’eschatos) diventa l’ora; il tempo-dopo diviene il tempo-adesso. Il mentre è carico di futuro e il futuro non è da raggiungere, ma ci viene incontro, è da attendere, da accogliere. 

E come non accennare a S. Paolo. Qui “il vicino” è esplicitamente Cristo, così prossimo da essere noi sue membra. Per la sua morte diventiamo prossimi, gli uni agli altri (Ef 2,13). Diventiamo Chiesa. Dio è vicino, questo è il motivo della nostra esplicita, gentile, ecclesiale amabilità (Fil 4,5).

Infine, a metà dell’ultimo capitolo di Apocalisse (l’ultimo libro della Scrittura, che appunto, si chiama Rivelazione!) ricompare il termine: “il tempo è vicino” (Ap 22,10), non sia messa sotto sigillo la parola della profezia! “Il vicino” slatentizza la profezia.


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Queste riflessioni hanno un punto di partenza, lo dicevo: l’accoglienza del quadro della Madonna della Consolazione in Cattedrale. Una icona, mai così “vicina”, così a portata di mano.

Una immagine mai così vicina, semplice per la Semplice tra le semplici; un quadro vicino, con la sua sola cornice disegnata, e da lì un piede verso fuori, Lei è la Vergine del “primo passo”, immagine di una Chiesa in uscita, non rinchiusa. Un’immagine vicina, a portata di mano, portata da mani, non sulle spalle questa volta, perché il messaggio passi da vicino a vicino, di mano in mano. Perché il messaggio informi il fare, un “fare manuale”, un fare calloso, come le mani di San Giuseppe.

Un’immagine povera, vicina, senza né oro né argento, come gli Apostoli sulle scale del tempio che, vicini al paralitico dicono: “nel nome di Gesù Cristo il Nazareno alzati e cammina” (At 3,6).

Un’immagine con un Bambino vicino, tra le mani, irrequieto, scalciante, e come potrebbe essere diversamente in questo tempo in cui l’irrequietezza è condizione dell’animo, quasi quanto l’inquietudine… E forse questa non è profumo di “ultimo”?

Un’immagine che fa ripensare, ma non rinunciare. Ripensare i modi di una vicinanza, senza rinunciare alla verità dell’essere vicini, tra le mani. Un’immagine che non è sacra perché ornata, ma che ha per ornamento le mani di chi sobriamente fatica. Un’immagine vicina, che, così, ci consola perché con la stessa consolazione con la quale siamo consolati anche noi si possa consolare.

Un’immagine trattata con i guanti, perché con la sacralità di ogni anima ci vuole prudenza, la prudenza della Vergine casta e sempre feconda.

E poi -passata di mano in mano- un’immagine che sale lenta nella pala dietro l’altare, nella sua permanenza cittadina, suo riposo tra la gente. Sale lentamente, in alto, perché dall’alto tutti tenga sotto occhio e tutti gli occhi verticalmente indirizzi. Sale lenta, perché per salire ci vuole lentezza, e solo chi cade lo fa velocemente. Perché per stare vicini bisogna essere lenti, mentre per allontanarsi basta un attimo.

Ecco, una festa un po' diversa, o forse finalmente uguale a qual mistero di prossimità, di vicinanza biblica che ci fa vicini a Dio, che ci permette di riconoscere Dio vicino, che slatentizza la profezia, che introduce “l’ultimo” nel tempo del regno, nella temporalità e nella spazialità di una relazione tutta divina. Si! Una festa che schiude il tempo vicino di un regno di prossimità che è già inaugurato. La festa di una Chiesa Corpo pagato a caro prezzo, “popolo in cammino”, ma anche popolo capace di “curare” il sacro con la forza e la prossimità di mani che si stringono. E in fondo quanto c’è di sacro in mani che si stringono…

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