Avvenire di Calabria

Dalle intercettazioni emerse dal processo Antibes emerge la difficoltà a reclutare nuove leve

La ‘ndrangheta non trova aspiranti boss da mandare in strada

L’operazione Antibes colpisce frontalmente la vecchia e la nuova generazione delle 'ndrine di Pellaro

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Non c’è gruppo malavitoso operante a Reggio e dintorni che non abbia conosciuto, soprattutto negli ultimi dieci-quindici anni, le manette, il rinvio a giudizio, le condanne passate in giudicato, per capi e manovali (addirittura ergastoli per alcuni). Ed altre sono in procinto di giungere.
Ciononostante la “geografia” ‘ndranghetistica a Reggio e dintorni è rimasta tale e quale a quella di trenta anni addietro.
La qual cosa avrebbe dovuto indurre più d’uno ad una profonda meditazione ed azioni consequenziali, che presto potrebbero giungere. In questo solco si innesta la recentissima indagine Antibes.
Per la cronaca diciamo che la stessa scaturisce “da articolate indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Reggio Calabria”, che hanno permesso “agli investigatori della locale Squadra Mobile di eseguire 16 fermi di indiziato di delitto” nei confronti di altrettanti soggetti, presunti “aderenti o contigui alla locale di ‘ndrangheta della frazione Pellaro di Reggio Calabria”, rei secondo gli investigatori di “delitti contro il patrimonio, favoreggiamento, associazione mafiosa”.
Niente di nuovo sotto il solleone, almeno apparentemente, anche se qualche elemento nuovo sembra affiorare.
“L’operazione colpisce frontalmente la vecchia e la nuova generazione del locale di Pellaro. Vecchi e giovani ‘ndranghetisti siedono allo stesso tavolo per affiliare nuove leve, proposte dal figlio del latitante in nome del padre, con la sua “benedizione”, e non mancano di lamentare, a margine del summit, la carenza di picciotti da mettere per strada”.
È su quest’ultimo terreno che si gioca presente e futuro delle organizzazioni malavitose.
Se sostituire un capo o un luogotenente è operazione “naturale”, e quindi veloce, stante famiglie numerose, affini votati alla “causa”, altrettanto non può dirsi per i manovali del crimine, quelli che vengono impiegati per gli affari più sporchi, pronti a rischiare la vita ed il carcere, che sovente provengono da famiglie “normali” o particolarmente disagiate!
Sottrarre giovani alle mafie è la sfida per eccellenza. Il Santo Padre, nel merito è stato chiaro. “Non lasciatevi rubare la speranza. Non cedete alle lusinghe di facili guadagni o di redditi disonesti. Reagite con fermezza alle organizzazioni che sfruttano e corrompono i giovani, i poveri e i deboli, con il cinico commercio della droga e altri crimini”.
“Quando non si adora il Signore, ricordava Francesco a Cassano, si diventa adoratori del male, come lo sono coloro che vivono di malaffare, di violenza, la vostra terra, tanto bella, conosce le conseguenze di questo peccato. La 'Ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato, bisogna dirgli di no. La Chiesa che so tanto impegnata nell'educare le coscienze, deve sempre più spendersi perché il bene possa prevalere. Ce lo chiedono i nostri ragazzi. Ce lo chiedono i nostri giovani, bisognosi di speranza. Per poter rispondere a queste esigenze, la fede ci può aiutare".

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