La riflessione. Se le urne sono il fine ultimo della politica…

Tempo di elezioni, tempo di politica; questo il binomio inscindibile che caratterizza la politica, soprattutto nel meridione d’Italia, soprattutto in Calabria. Non che le elezioni non siano momento importante, anzi essenziale di una democrazia. Beninteso. Ma le elezioni sono il momento – proprio perché importante – della scelta delle persone, da parte del popolo, della presentazione delle candidature, da parte della classe politica. Le elezioni ruotano perciò attorno al voto; e voto significa ricerca del voto, e voto significa offerta del voto. Ecco perché le elezioni sono momento essenziale ma non unico, importante ma come mezzo per giungere al fine che è il funzionamento democratico dello Stato.

La politica dovrebbe trovare nelle elezioni il suo momento di effervescenza, il momento nel quale ricarica le proprie energie per esprimersi poi nel periodo di fattivo lavoro, di impegno concentrato sulla realtà da migliorare, modificare, se del caso rivoluzionare. Il momento ma pur sempre un momento, rispetto all’attività altra e ordinaria di amministrazione, gestione, edificazione e realizzazione del fare della politica. Cosa invece accade spesso? Che le elezioni da momento di effervescenza arrivano ad esprimere il tutto della politica; che la politica trova nelle elezioni il suo inizio e il suo (solo) fine. E questo, quando avviene e tutte le volte che avviene, è un male: per la politica, certo, perché perde il suo senso, smarrisce l’essere la più alta tra le arti architettoniche (Aristotile docet), smette di essere un fare e diventa mestiere di coagulazione di gruppi di voti. Ma è male – che se ne accorga o meno, che sia consapevole o meno – anche e innanzitutto per la comunità sociale e per quanti speranzosi in promesse grandi o piccole, rimangono sempre e necessariamente delusi perché vanamente illusi. Inutile dire quanto delicato è il momento presente, quante sono le questioni in campo e quanto siano decisive le decisioni che verranno prese. L’auspicio non può non essere quello che il binomio elezioni e politica si sciolga; che dopo le elezioni ci sia una stagione non del fare ma del fare bene e le cose giuste.

La domanda dovrebbe essere proprio questa: quanta consapevolezza è presente in queste elezioni? Consapevolezza dei candidati; e qui leggasi non solo programmi ma reale consapevolezza di cosa serve fare e di come farlo. Ma consapevolezza anche nei cittadini al voto; e qui leggasi scelta non del volto dell’amico, del «compare’», del candidato che va votato «a prescindere», come diceva icasticamente Totò. C’è consapevolezza dei problemi, dall’una e dall’altra parte? C’è, tra il popolo votante, qualcuno che si stia chiedendo che posizione si intende assumere in merito al federalismo differenziato? In merito al piano rifiuti? In merito ai comparti trasporti e sanità così decisivi per la Calabria e per i calabresi? Che Regione dovrà essere, in democrazia è giusto che siano i calabresi a deciderlo, andando a votare. Ma la democrazia richiede la consapevolezza dell’elettore (e magari del candidato eletto) in assenza della quale la politica ha inizio con l’urna elettorale e vi trova anche l’unico fine. Ma questo (il voto come fine) è anche la fine della politica.

* docente di Filosofia del diritto

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