Il dibattito sul ruolo e sulla presenza della donna all’interno della comunità ecclesiale si è recentemente arricchito di un nuovo e significativo tassello con la pubblicazione del documento elaborato dalla Commissione sul diaconato femminile. Si tratta di un testo atteso che, pur delimitando il perimetro teologico e storico riguardo l’accesso al sacramento dell’Ordine, offre lo spunto per una disamina più ampia sulla ministerialità e sul servizio. Al di là delle conclusioni specifiche sulla natura sacramentale del diaconato, emerge infatti l’esigenza di valorizzare il contributo femminile già esistente e fecondo nelle diocesi e nelle parrocchie, spesso in anticipo rispetto alle norme codificate. La riflessione che segue prende le mosse proprio dalle risultanze della Sintesi inviata al Santo Padre per allargare lo sguardo alla concreta esperienza di fede delle donne, tra i passi avanti compiuti con l’istituzione dei ministeri laicali e le sfide che ancora attendono il popolo di Dio nel discernimento di nuove strade per l’evangelizzazione.
I paletti fissati dalla Commissione vaticana
È stata pubblicata il 4 dicembre u.s. la Sintesi della Commissione sul diaconato femminile, presieduta dal cardinale Giuseppe Petrocchi ed inviata a papa Leone perché, come viene spiegato nella Sintesi: «Papa Francesco ha avocato a sé la questione del possibile accesso delle donne al diaconato»; si riconosce che «le considerazioni contenute nella Sintesi sono inevitabilmente incomplete e frammentarie rispetto alla documentazione prodotta» perché sulla questione è stata raccolta una grande quantità di contributi; sempre dalla lettura della Sintesi si evince che è un argomento molto divisivo che crea, nella Chiesa, dibattito acceso e confronto. La Sintesi sia per la ricerca storica sia per la ricerca teologica esclude la possibilità di procedere nella direzione dell’ammissione delle donne al diaconato inteso come grado del sacramento dell’Ordine, in poche parole esclude che sia il corrispettivo del diaconato maschile.
Una questione di competenza e responsabilità
Non voglio addentrarmi in disquisizioni teologiche o storiche perché non ne ho la competenza ma vorrei proporre una personale riflessione su una questione delicata che, come donna e come credente, mi riguarda da vicino. Anzitutto, una «questione femminile» esiste nella Chiesa? Sì, se è vero che ancora fa notizia la nomina di una donna in un ruolo di particolare responsabilità in un dicastero vaticano, in una diocesi o in una parrocchia; fa ancora notizia parlare di teologhe o bibliste quasi che le donne non abbiano preparazione, intelligenza, competenza per riflettere, studiare, approfondire e per servire la Chiesa assumendo impegni e responsabilità che sembrano (o almeno sembravano) di esclusivo appannaggio maschile. Moltissime sono le donne impegnate in mille ambiti e in mille servizi che svolgono con dedizione: non si può immaginare la vita della Chiesa senza il loro fondamentale contributo.

L’istituzione dei ministeri tra passi avanti e resistenze
Nel 2021 con il Motu Proprio «Spiritus Domini», papa Francesco ha modificato il primo paragrafo del canone 230 del Codice di Diritto canonico stabilendo che le donne possono accedere al ministero di lettore, di catechista e di accolito, riconoscendo che i ministeri che già le donne esercitano «di fatto» possono diventare anche per loro ministeri istituiti. In Italia, già questa istituzione è avvenuta in diverse diocesi tra cui Palermo, Bologna, Milano, Pistoia, Firenze: un passo avanti, nella direzione giusta; in altre realtà l’istituzione di donne nei ministeri indicati da papa Francesco fatica ad essere accolta perché esistono ancora delle resistenze che appaiono sinceramente inspiegabili visto che si tratta di riconoscere quello che già nei fatti c’è già e che le comunità ecclesiali sono pronte a comprendere ed accogliere. Capisco che non è facile modificare schemi mentali, abitudini, persino pregiudizi che si sono stratificati nel tempo e che richiedono una vera e propria conversione, una apertura serena e convinta alla possibilità che le donne istituite lettrici, accolite, catechiste non siano una minaccia per nessuno ma piuttosto possono essere una ricchezza per tutti.
La dimensione comunitaria del servizio
Penso anche, e questo vale per le donne e per gli uomini, che i ministeri debbano nascere dalla comunità, nella comunità debbano crescere ed alla comunità debbano tornare come servizio che arricchisce la comunità stessa; non possono nascere da desideri personali ma dal cammino di fede e di condivisione comunitaria dove ognuno cerca il suo posto nella Chiesa, aiutato nel suo discernimento dai fratelli e dalle sorelle suoi compagni di strada in un percorso di fede e di vita in cui uomini e donne possono essere chiamati a svolgere un particolare ministero.
La testimonianza laicale nella vita quotidiana
Per i Christifideles laici poi il campo d’azione, le possibilità di annunciare il Vangelo e di testimoniarlo sono infinite nella loro vita quotidiana: lavoro, scuola, famiglia, impegno sociale e anche politico: qui veramente si giocano la loro scelta di fede in una vita coerente con gli ideali in cui credono; avrebbe detto don Tonino Bello «portare la tuta da lavoro in chiesa e la veste battesimale nel cantiere»: solo così il servizio all’altare del fedele laico, qualora fosse chiamato a questo, diventa testimonianza credibile della profonda unità tra fede e vita vissuta.
Oltre la rivendicazione di un diritto
Questa riflessione mi ha portato lontano dal punto di partenza che è la questione del diaconato femminile? No perché credo che la questione del diaconato femminile debba essere inserita in una riflessione più ampia e più profonda e che non possa trattarsi quasi della rivendicazione di un diritto, a qualunque costo; occorre invece ribaltare la questione chiedendosi se, in questo momento, l’ordinazione diaconale delle donne potrebbe essere per le donne stesse una valorizzazione di ciò che già sono e dello straordinario contributo che apportano alla Chiesa, con uno sguardo davvero «cattolico» capace cioè di leggere la realtà universale della Chiesa, nelle diverse situazioni. È chiarissimo nella Sintesi il rifiuto di riconoscere alle donne l’ordinazione diaconale nel primo grado dell’Ordine sacro che aprirebbe la strada al secondo ed anche al terzo grado, sacerdozio ministeriale ed episcopato ed è altrettanto chiaro che è molto molto difficile cercare e trovare una mediazione sulla questione. Non è certamente facendo la conta tra favorevoli e contrari che si troverà una soluzione! Ed allora concludo questa mia riflessione con una domanda, una domanda vera e non retorica: perché non cercare e sperimentare, insieme, strade nuove che certamente noi donne troveremo, con il nostro speciale intuito, con la nostra creatività, con la nostra passione, non per fare passi indietro ma passi avanti per realizzare ciò che veramente siamo, nel servizio al Signore ed alla sua Chiesa? Concludere con una domanda può sembrare strano ma, a volte, le domande possono essere più importanti delle risposte!












