Ai Overview: Le carte dell’archivio diocesano restituiscono uno spaccato dettagliato delle conseguenze del terremoto del 5 febbraio 1783 nel territorio di Laganadi, centro della Vallata del Gallico. I documenti dell’epoca, tra cui i registri parrocchiali e le relazioni ufficiali, documentano i danni materiali agli edifici, le vittime provocate dai crolli e la successiva emergenza sanitaria legata alle precarie condizioni abitative. La ricerca storica si sofferma inoltre sulle difficoltà economiche affrontate dalla parrocchia locale tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, segnate da vertenze tra curati per il pagamento delle congrue, da continui ritardi nei finanziamenti pubblici per il restauro della chiesa principale e da contenziosi per la realizzazione di nuovi arredi sacri.
Le conseguenze del sisma e la difficile ripresa demografica
Come per gli altri centri della Vallata del Gallico, il «Gran Tremuoto» del 5 febbraio 1783, seguito da altre forti scosse di assestamento nei mesi successivi, fu foriero di rovine e di morti. Le relazioni del medico Giovanni Vivenzio e dello scienziato Michele Sarconi testimoniano che nell’area di Laganadi vi furono numerose fratture con rotture, sprofondamenti e avvallamenti del terreno e numerose voragini. Nel centro, in parte distrutto e in parte reso inabitabile, si registrarono sette morti «in magno e memorabile terremotu sub ruines domus» come riportò per ciascuno nel Registro dei Defunti l’economo curato D. Andrea Monsolino. Le vittime del sisma furono Paolino Furfari, coniuge di Francesca Jatì, di anni 40; Giovanna Romeo, vedova di Pietro Soraci, di anno 60; Giovanna D’Agostino, moglie di Angelo Camagna, di anni 30, con la figlia Carmela, di anni 2; Giuseppa Cannizzaro, coniuge di Giovan Battista Verta, di anni 30; Lorenza Sidari, figlia di Santo e Antonia Cancelleri, di anni 12, e la piccola Giuseppa D’Agostino, figlia di Francesco e Domenica Cotroneo, di anni 1. La chiesa, pur subendo danni, non era crollata e le vittime del sisma furono sepolte nella chiesa. I danni complessivi furono stimati dall’economista Grimaldi in 50.000 ducati e accanto all’abitato furono realizzati baraccamenti di fortuna per ospitare la popolazione. La precarietà delle abitazioni, le ferite riportate durante il sisma e l’inclemenza del tempo atmosferico favorirono il propagarsi di malattie e ancora una volta la popolazione fu pesantemente colpita l’anno successivo con un bilancio di 46 morti di cui 28 bambini. Ma un segno di ripresa, il giorno successivo al terremoto, come documentato nei documenti conservati nell’archivio diocesano, fu la nascita del piccolo Fortunato Petrolino, figlio di Angelo e di Grazia Nunnari, come riportato nel Registro dei Battesimi. Egli sarebbe cresciuto in Laganadi per poi fare casa nella vicina S. Alessio sposando, il 30 dicembre 1806, la cugina Rosaria da cui ebbe due figli, Angelo, nato nel marzo 1808 e Antonino, nato nel luglio 1810 e poi scomparso, all’età di 12 anni del febbraio 1824. Nel 1785 vi fu un incremento delle nascite e tra i venticinque nuovi nati vi fu un parto gemellare nei primi di gennaio con la nascita di Domenico e Antonio, figli di Giovanni Princi e di Francesca Liviri. Di essi sopravvisse Antonio mentre Domenico venne meno dopo 12 giorni.
Il piano del 1789 e il riequilibrio delle rendite parrocchiali
La storia della parrocchia di Laganadi emerge da altri documenti di quel periodo come il Piano delle Parrocchie, redatto dal Marchese di Fuscaldo nel 1789 che attesta che D. Andrea Monsolino (o Musolino) rinunciò alla carica il 18 novembre 1789. A lui subentrò D. Francesco Soraci e nel documento si specifica che «ve ne terrà il concorso, quando si presenterà un soggetto capace». Nel riequilibrio del sistema economico riportato nel suddetto Piano, considerato che le rendite della parrocchia non consentivano di ottenere il fabbisogno necessario per il mantenimento del parroco, la congrua annua venne stabilita in cento ducati derivanti dei quali sessanta derivanti dalle rendite parrocchiali e quaranta vennero messi a carico del parroco di S. Alessio «che tiene il beneficio di S. Anna, colli beni parrocchiali della Nunziata», che doveva annualmente pagare anche ducati trentasei alla parrocchia di Milanese di Calanna. Il mancato pagamento da parte di D. Antonino Cancelleri, parroco di S. Alessio, sfociò nel 1798 in istanze di rivendica dei loro diritti da parte dei due parroci creditori inviate alla Curia che, accogliendo in parte le motivazioni prodotte dal debitore, abbassarono la cifra indicata.
I complessi restauri ottocenteschi tra perizie e assenza di fondi
La chiesa, dopo l’evento sismico del 1783, era stata subito in parte riparata ma, nel 1824, essa necessitava di «considerevoli accomodi, appunto perché i tremuoti la resero in istato da minacciar ruina». Era stata redatta una perizia, approvata dal Ministero dell’Interno di Napoli, ammontante a ducati ottantasette a carico del Comune, restando scoperti altri ducati trentasette per mancanza di fondi ed il parroco invitò l’arcivescovo Alessandro Tommasini ad intervenire presso il Ministero. Il parroco D. Antonino Sinicropi aveva mantenuto un buon rapporto con il suo presule, sempre attento a quanto avveniva nelle parrocchie della sua Vallata del Gallico, come testimoniato dallo storico Sebastiano Schiavone che, nella sua raccolta sulla storia delle antiche parrocchie cita l’invio di un canestro di «ciriegie dell’ultimi non già come dono proporzionato al di Lei merito ma come un fiore». La vicenda della richiesta di un contributo si trascinò per diversi anni mentre le condizioni statiche della chiesa peggioravano e nel giugno 1850, su richiesta del nuovo parroco D. Rocco Cotroneo, venne redatta una nuova perizia ammontante a ducati 314,50 per la quale il Comune di Laganadi mancando della copertura «implorava una qualche elargizione dalla Clemenza Sovrana». Venne autorizzata una prima spesa di ducati 39, per le opere più urgenti, a carico del Comune che non fu in grado di assolverla «perché mancarono gli introiti». Il Comune, come risulta dai bilanci conservati presso l’Archivio di Stato di Reggio, contribuiva ogni anno a spese di culto, al pagamento del predicatore nel periodo pasquale, alla celebrazione della festa patronale e per altre festività, alla bonifica periodica delle sepolture nella chiesa.
Il contenzioso per l’altare e la costruzione di un nuovo edificio sacro
Dalle carte di archivio appare tuttavia che, nonostante le condizioni critiche della chiesa, l’anziano sacerdote D. Domenico D’Agostino aveva fatto costruire nel 1858 all’artigiano reggino Francesco Mangeruca un altare dedicato a S. Nicola replicando la forma e le decorazioni di quello dedicato all’Addolorata, convenendo un prezzo di ducati quaranta dei quali corrispose la metà. Non rimanendo soddisfatto dell’esecuzione il sacerdote non pagò il resto determinando da parte dell’esecutore la richiesta alla Curia per far redigere una perizia per valutare il lavoro eseguito. Nel 1836 nella contrada S. Michele, «a distanza di mezz’ora» dalla chiesa parrocchiale, la famiglia Corigliano Griso, residente in Villa S. Giovanni, accanto alla propria abitazione di villeggiatura aveva fatto costruire una piccola chiesetta, dotandola di quanto necessario per la sua funzionalità, dedicata a S. Michele Arcangelo e in essa si celebrava saltuariamente una messa nei giorni in cui soggiornavano i componenti di detta famiglia. (continua)













