Le chiese di Laganadi e le visite pastorali: la vita della comunità nel Settecento

Pagina Visita pastorale arcivescovo Testa Piccolomini

Ai Overview: L’analisi approfondita dei registri storici e degli archivi parrocchiali offre uno spaccato documentale preciso delle condizioni demografiche e del contesto religioso a Laganadi nella seconda metà del Settecento. I testi restituiscono le gravi criticità affrontate dalla popolazione della vallata del Gallico, pesantemente segnata da ondate epidemiche e dalla diffusione di malattie endemiche, come la malaria, responsabili di un marcato innalzamento della mortalità, sia infantile che adulta. Contestualmente alla registrazione delle dinamiche anagrafiche, la documentazione illustra gli esiti delle visite pastorali condotte dagli arcivescovi Matteo Testa Piccolomini e Alberto Maria Capobianco. I resoconti di queste ispezioni descrivono lo stato di conservazione delle chiese di Laganadi, certificando puntualmente le disposizioni impartite dai presuli per la manutenzione degli altari, il decoro del battistero e il restauro dei paramenti sacri.

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L’epidemia del 1764 e la mortalità nel casale

Il 1764 fu un anno difficile per la comunità di Laganadi perché una epidemia colpì dapprima, nel mese di aprile, otto persone adulte per poi continuare, nei mesi successivi a colpire tredici bambini con un bilancio complessivo nell’anno, come risulta dal registro dei Defunti, di trentacinque unità tra bambini e adulti. Particolarmente colpita la famiglia di Antonino D’Agostino, figlio di Paolino e Anna Murena, di anni 36 coniugato il 16 gennaio 1752 con Francesca Versaci, che era venuto a mancare il 25 novembre dell’anno precedente, seguito il 26 marzo 1764 dal piccolo Angelo, di anni 3, e dal figlio Bruno, di anni 17, i cui funerali furono celebrati il 23 dicembre 1764. I coniugi avevano già perduto nel novembre 1745 l’infante Caterina, poi nel gennaio 1749 l’infante Angelo, poi nel marzo 1752 l’infante Teresa, poi nel febbraio 1760 un altro infante di nome Angelo. È la traccia delle condizioni difficili in cui venne a trovarsi una delle tante famiglie del tempo che emerge elaborando le annotazioni dei parroci, situazioni che abbiamo spesso riscontrato negli altri centri della vallata come S. Alessio, S. Stefano, Schindilifà, Podargoni e Cerasi.

Le disposizioni dell’arcivescovo Piccolomini per i luoghi sacri

Il 21 novembre di quel «difficile» anno 1764 l’arcivescovo Matteo Testa Piccolomini, raggiunse il piccolo casale «all’ora diciassettesima» (ora del campanile corrispondente alle ore 11 attuali), accolto dal parroco D. Giuseppe Chirico e dalla popolazione. Dopo aver fatte l’adorazione del SS. Sacramento e l’assoluzione dei defunti, proseguì la visita ispezionando la custodia eucaristica contenuta in una pisside argentea, e ordinò che, entro un mese, fosse indorato il coperchio. Poi, dopo aver benedetto i fedeli, si intrattenne con il clero locale che oltre al parroco comprendeva i sacerdoti D. Giuseppe Nunnari, D. Angelo D’Agostino, e il chierico Domenico Chirico. Dopo aver fatto il sermone visitò la chiesa. Per la funzionalità dell’altare maggiore ordinò di sollevare la pietra sacra e di rifare, entro due mesi, il conopeo verde e di altri colori. L’ispezione al battistero comportò la richiesta di rivestirne l’interno con un panno bianco di seta e di rifare, entro un mese, la recinzione in ferro. Nel visitare l’altare di S. Maria del Monte Carmelo ordinò di rifare il pallio frontale, e di provvedere a disporre un lavabo, entro un mese. Per l’altare di S. Antonio di Padova ordinò di rifare il pallio frontale e di indorare le tavole o di ridipingere e restaurare tutto l’altare e di provvedere a migliorare l’immagine del santo per una migliore devozione. La sacrestia si presentava in cattive condizioni e il presule ordinò che venisse rifatto l’intonaco e si provvedesse alla imbiancatura, oltre a fare un nuovo lavabo e rifare la cassa per conservare le suppellettili sacre foderandola all’interno di un panno bianco di seta, entro sei mesi, e di disporre nella Croce un nuovo crocefisso. Doveva aggiungersi un’altra pianeta di colore nero alla dotazione di paramenti entro il termine di due mesi.

L’ispezione di monsignor Capobianco tra altari e paramenti

Quattro anni dopo fu il nuovo arcivescovo Alberto Maria Capobianco, il 4 maggio 1768, a raggiungere di buon mattino il casale di Laganadi e dopo i riti di apertura ricevette l’obbedienza dei tre sacerdoti presenti nella parrocchia. Visitò quindi la SS. Eucarestia esprimendo apprezzamenti. Nel visitare il fonte battesimale rilevò la mancanza della veste candida ed ordinò di provvedere entro due mesi. Poi visitò gli altari iniziando da quello centrale dedicato alla Madonna delle Grazie e proseguendo poi con quello di S. Antonio, con quello della Madonna del Rosario e con quello di S. Nicola esprimendo apprezzamenti per il modo in cui erano tenuti. Per quello dedicato a S. Maria del Monte Carmelo ordinò al Parroco di intervenire per impedire i guasti dovuti all’umidità. Trovò anche la sacrestia ben ordinata, «nitida e ben composta», raccomandando soltanto di provvedere a indorare l’ostensorio nella parte inferiore «affinché l’Eucarestia non tocchi l’argento» raccomandando inoltre di riparare la casula di colore nero. Amministrò poi le cresime e nel pomeriggio fece un «salutare» sermone al popolo.

La diffusione della malaria e le dinamiche familiari

La vita nel piccolo centro proseguì negli anni successivi tra alti e bassi contrassegnati dalla diffusione di malattie endemiche, come la malaria, che colpirono più volte i centri della Vallata del Gallico. Il primo gennaio 1769 un parto gemellare sembrò allietare, con la nascita delle piccole Giovanna e Anna, Francesco Antonio Ripepi e Giuseppa Suraci, sposi dal 13 agosto 1752, che avevano avuto sette figli, tre dei quali morti nel corso delle epidemie degli anni 1762 e 1767, ma il giorno successivo i loro nomi furono annotati nel registro dei defunti. L’anno successivo nacque Angelo Francesco e, nel 1772, Antonia che poi mancò all’età di sei anni nel febbraio 1779. Francesco Antonio Ripepi morì nel settembre 1809, dopo aver raggiunto i novanta anni. Una elevata mortalità tra la popolazione si verificò ancora nel 1771, con 37 annotazioni nel libro dei defunti, compresa quella del parroco Chirico avvenuta il 10 dicembre. Le famiglie più colpite furono con otto persone adulte quelle dei D’Agostino, dei Cannizzaro con quattro persone adulte, dei Nunnari con tre persone adulte, mentre le morti infantili colpirono le famiglie Giofrè, Camagna e Cappelleri. Altra situazione critica si ebbe nel 1782 quando il nuovo parroco, D. Andrea Monsolino, registrò 36 defunti dei quali 14 erano bambini.

Le figure religiose e l’andamento demografico del territorio

Particolare attenzione ebbero i parroci nell’annotare le dipartite dei religiosi. Tra il 1765 e il 1782 furono annotate le morti di 8 suore, senza specificare l’ordine religioso di appartenenza perché probabilmente erano «monache bizzoche»: tra il 1765 e il 1766, Agata Sidari e la novantenne Antonia Furfari; nel 1774, Angela Cartellà di anni 70; nel 1776, Maria Furfari, di anni 57; nel 1777, Grazia Cartellà, di anni 60; nel 1778, Orsola D’Agostino, di anni 47; nel 1779, Serafina Versaci, di anni 70; nel 1782, Orsola Nunnari, di anni 60. Nel gennaio 1775 venne registrata la dipartita del sacerdote Francesco Nunnari, di anni 52. Il Registro dei Battesimi ci indica che ad esercitare l’attività di ostetrica erano Romeo Nunzia e Corigliano Antonia, e che era notaio Domenico Nunnari che aveva sposato Teresa Nunnari che, nell’agosto 1781 furono allietati dalla nascita del piccolo Luigi Ferdinando. Tra il 1772 e il 1782 la media annuale di nascite fu di 16 unità l’anno, considerato il decremento di 4 dovuto alla mortalità nel primo anno di vita, con una punta di 31 nascite nel 1773. (continua)

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