Ai Overview: Il 19 settembre ricorre il quarantunesimo anniversario della scomparsa di Italo Calvino. L’autore ha lasciato un’eredità letteraria vasta e diversificata, all’interno della quale si inserisce il lavoro di raccolta e traduzione delle “Fiabe italiane”, edito da Einaudi nel 1956. In questa opera, lo scrittore ha dedicato uno spazio specifico alla Calabria, rielaborando nove racconti provenienti dalla tradizione popolare e orale della regione. Attraverso queste fiabe, Calvino ha documentato temi sociali ricorrenti come la miseria, le differenze di classe e la ricerca di emancipazione, trasformando i dialetti locali in una lingua accessibile a livello nazionale senza alterarne la struttura originaria.
L’eredità di Italo Calvino e le “Fiabe italiane”
Il 19 settembre saranno 41 anni dalla morte di Italo Calvino. Quarantuno anni da quando, a Siena, si chiudeva la vita di uno degli scrittori più importanti del Novecento italiano, capace di passare dal neorealismo alla fiaba, dal racconto fantastico alla riflessione sulla società, fino alla sperimentazione letteraria. Nato a Santiago de Las Vegas, a Cuba, nel 1923 e cresciuto a Sanremo, Calvino ha lasciato una produzione difficilmente racchiudibile dentro un solo genere. Il sentiero dei nidi di ragno, Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente, Le cosmicomiche, Le città invisibili, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Palomar: libri molto diversi tra loro, tenuti insieme dalla continua ricerca di un modo nuovo per guardare il mondo. E dentro questa storia letteraria, apparentemente lontana dalla Calabria, c’è un piccolo capitolo che unisce Italo Calvino alla nostra regione. È quello delle Fiabe italiane, pubblicato da Einaudi nel 1956 con il titolo completo “Fiabe italiane raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti da Italo Calvino”. Un progetto costruito attraverso la raccolta e la riscrittura di duecento racconti provenienti dalle diverse tradizioni regionali italiane.
Le nove storie della tradizione popolare in Calabria
Il suo lavoro consisteva nel restituire a quei racconti una forma letteraria capace di conservarne il ritmo, la struttura e il carattere popolare, portandoli però dentro una lingua italiana comune. La fiaba diventava così qualcosa di più di un reperto della memoria: un materiale vivo, attraverso il quale osservare un Paese nelle sue differenze e nei suoi elementi ricorrenti. Nella raccolta, la sezione calabrese comprende nove racconti: I tre orfani, La bella addormentata ed i suoi figli, Il Reuccio fatto a mano, La tacchina, Le tre raccoglitrici di cicoria, La Bella dei Sett’abiti, Il Re serpente, La vedova e il brigante e Il granchio dalle uova d’oro. Gli ultimi due appartengono alla tradizione dei Greci di Calabria. Un legame sottile che passa attraverso le storie raccolte, le voci dei dialetti, la memoria orale e quei meccanismi narrativi che Calvino considerava preziosi proprio perché capaci di attraversare il tempo.
Il ruolo della povertà e il desiderio di riscatto
Le sue fiabe sono popolate da orfani, re, briganti, principesse, uomini poveri, animali parlanti e personaggi costretti a confrontarsi con un destino apparentemente già scritto. Sono storie nelle quali la povertà torna spesso come condizione di partenza e nella quale il riscatto arriva attraverso l’astuzia, la fortuna, l’incontro, la trasformazione. La tacchina è forse una delle più curiose. Al centro ci sono due orfani che vivono in condizioni di miseria e che, attraverso una serie di vicende, riescono a recuperare la propria origine e a ritrovare una condizione diversa da quella nella quale sono cresciuti. La presenza di un lord inglese è uno degli elementi che, secondo la lettura proposta da Calvino, rimanda a una stratificazione più recente della storia del racconto e all’immaginario del Mezzogiorno. Ma è soprattutto il tema della povertà a creare un filo tra diverse fiabe calabresi. È presente ne I tre orfani, nelle Tre raccoglitrici di cicoria, ne La vedova e il brigante come condizione dalla quale i personaggi devono trovare una via d’uscita.
La costruzione narrativa come chiave di lettura
La Calabria che arriva a Calvino attraverso la tradizione orale è una terra narrata attraverso conflitti, privazioni, gerarchie, desiderio di riscatto e capacità di sopravvivere alle circostanze. Calvino stesso spiegava che il suo interesse per le fiabe non nasceva dalla nostalgia per l’infanzia o dalla volontà di conservare intatta una tradizione regionale. A interessarlo era soprattutto la loro costruzione: il ritmo, la sintesi, la logica essenziale con cui riescono a raccontare vicende complesse attraverso pochi elementi. È una chiave che aiuta a capire molto della sua letteratura. Anche quando cambia registro, Calvino continua a cercare strutture, combinazioni, punti di vista. La fantasia non è mai soltanto evasione. Serve a mettere ordine nella realtà, oppure a guardarla da una posizione diversa. Dentro i racconti delle Fiabe italiane troviamo tracce di una società, paure e desideri, rapporti familiari, povertà e aspirazioni. Una memoria popolare che Calvino ha raccolto, trasformato e restituito in una lingua capace di superare i confini regionali.
A 41 anni dalla sua morte, anche queste poche pagine calabresi aiutano a ricordare la particolarità del suo lavoro: prendere storie nate lontano dai libri e portarle nella letteratura senza cancellarne l’origine.













