L’impegno di Azione contro la Fame: «Fermare contagi e dare cibo»

«Fermare, immediatamente, il contagio in tutte le comunità e dare cibo a chi non può guadagnarsi da vivere a causa delle misure di contenimento». È  stato questo l’impegno di Azione contro la Fame, come ricorda il direttore generale dell’organizzazione, Simone Garroni, in occasione della Giornata mondiale dell’aiuto umanitario. Azione contro la fame è attiva con 6.000 operatori in 50 Paesi del mondo e «non riuscire a raggiungere le comunità durante le due settimane di chiusura assoluta è stato, di gran lunga, l’aspetto più difficile: non ci era mai successo prima», dice Jessica Coronado, coordinatrice nutrizionale e sanitaria di Azione contro la Fame in Guatemala. «Penso che la cosa più difficile sia stata la paura di essere contagiati o che qualcuno della mia squadra potesse essere colpito dal virus», racconta Javier Yesid Velandia Leal, coordinatore della logistica in Colombia, che ricorda anche il momento più difficile: «Ho dovuto prendere un aereo per recarmi in Amazzonia, dove i casi di Covid-19 aumentavano rapidamente». Ma «la logistica non si ferma – prosegue – spetta a noi fare in modo che tutti i nostri colleghi abbiano ciò di cui hanno bisogno per fare il proprio lavoro». La coordinatrice delle risorse umane per la Mauritania, Caroline Legat, cita come un momento critico l’annuncio dell’imminente chiusura delle frontiere interne: nell’occasione, gran parte del team, a un certo punto, ha dovuto decidere se continuare a lavorare in zone “remote” o cercare di tornare a casa dalle proprie famiglie: «Una circostanza che ha implicato un notevole carico di stress: stare lontano dai propri cari, in un momento come questo, e continuare ad essere impegnato con la popolazione è qualcosa che può essere gestito solo con una forte vocazione umanitaria». Dalla Liberia, Kebbeh Franklin, coordinatore del programma, afferma: «È stato un colpo molto duro vedere come le madri di bambini malnutriti abbiano smesso di venire nei centri sanitari per paura del contagio». Qui i team di Azione contro la Fame hanno lavorato anche contro miti e disinformazione: «Gran parte della popolazione credeva che il Covid-19 fosse una malattia solo per gli europei e non era, dunque, consapevole del pericolo».

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