Morosini alla Veglia: «Superare l’egoismo per fare davvero festa»

«Ritorniamo ad accoglierci in famiglia nel segno della gioia, della sopportazione, del perdono»

La veglia di una città in festa.

I segni della festa sono tantissimi: molti trasformano la città nel suo apparato esterno: luci, suoni, giochi, profumi e attrattive varie. I segni tipici delle nostre feste popolari.

Il segno più bello di questa festa è quello del ritorno: in famiglia, a stare assieme, a convergere verso un unico obiettivo: l’eremo. Non c’è alcuna regia in questo ritorno, tutto è spontaneo. Si ritorna a fare gesti che si ripetono da anni, ma che hanno un significato sempre nuovo.

La città ogni anno in occasione della ‘festa di Madonna’ ritorna ad essere città in festa nel segno di questo ritorno, che diventa motivo di speranza, perché quel che ritorniamo a ripetere affonda le sue radici nei valori più belli attorno ai quali si è costruita la storia della nostra città, le nostre famiglie sono cresciute, la speranza è stata sempre tenuta viva nei cuori dei più derelitti e sfiduciati.

Come ci insegna Gesù nel Vangelo le radici di questo ritornare sono l’amore, l’accoglienza, il dono.

Ecco perché tutti nella festa di Madonna ritorniamo a stringere assieme nel segno di una solidarietà, di un’accoglienza e tante volte di un perdono reciproco, che ci dina la speranza di poter ricominciare. Così era nel passato; così speriamo ritorni ad essere oggi.

Sono sicuro che molti di noi avrebbero qualcosa da raccontare in tal senso: quel guardarci nel profondo all’interno delle famiglie, mentre tutto attorno a noi parlava di festa, e riabbracciarci nel segno della Vergine, consapevoli che non serve tenere rancori, non servono gli steccati egoistici. Quante volte coppie spezzate, alzando lo sguardo verso il quadro della vergine, inconsapevolmente hanno abbassato lo sguardo cercandosi per riabbracciarsi nel segno del ritornarsi ad amare, consapevoli che non serve a nessuno rimanere divisi nell’odio.

La logica festa ci impone che non si può rimanere soli quando si decide di volerla fare, ma bisogna unirsi ad altri, chiamare altri, condividerla con gli altri. E da dive cominciare se non dalla famiglia?

Il Magnificat Maria non l’ha cantato da sola, quando l’Angelo è partito da lei, nella solitudine contemplativa della preghiera, ma l’ha cantato con Elisabetta. Due donne che si sono attese per far festa e comunicare nel dono reciproco la gioia di quanto il Signore aveva operato in loro.

Ritorniamo a far festa, miei cari fratelli, nel segno dell’amore che accoglie, che sa donare, sa servire e sa perdonare.

Dobbiamo ritornare ad interiorizzare le luci che ci circondano, assaporare i profumi che ci scuotono, camminando per le strade, osservare attentamente il brulicare della gente che si richiama il senso della vita. Dobbiamo restituire a questa veglia e a questa processione che sarà ininterrotta per tutta la notte dalla città a questo santuario, e domani, alle prime luci del giorno, dal santuario sino alla città, il significato come di un campanello, che suona e ci sveglia dal torpore dei valori nel quale forse siamo caduti. Domani, ogni volta che suonerà la campana che richiama i portatori, pensiamo che suona anche per noi per svegliarci da ogni torpore dello spirito e per farci tornare alle radici cristiane della festa di madonna.

Lasciamo che tutto quanto ritorna a rivivere attorno a noi in questa notte e poi nei prossimi giorni ci scuota dal torpore dell’abitudine e ci richiami alla realtà dell’incontro, dell’accoglienza e del dono, sui quali i padri hanno costruito il significato di questa festa e più profondamente il fondamento della nostra civiltà e ce li hanno consegnati per viverli anche noi trasmetterli alle nuove generazioni.

Guardiamoci attorno, guardiamoci dentro di noi, guardiamo all’interno delle nostre famiglie: forse i cuori si sono induriti e gli animi incattiviti a causa di un egoismo senza senso, che non ci fa capire il significato della festa e non ci permette di gustarla. Egoismo, individualismo, difesa ad oltranza dei propri interessi ci isolano dagli altri e non ci fanno gustare il senso della festa.

Ritorniamo ad accoglierci in famiglia e ovunque si stendono le nostre relazioni e i nostri rapporti; ritorniamo a stare assieme nel segno della gioia, della sopportazione, del perdono; ritorniamo a costruire vita attorno a noi nel segno del dono, del sacrificio, del servizio.

Ritorniamo a far festa nel nome e nel segno di Maria, che vuole fare festa con noi e che si preoccupa che alla nostra festa non manchi il vino della presenza del Signore, che ha parlato così a noi della gioia che ci ha portato e ci vuole dare: Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri (Gv 15, 10-17).

Amore, dono, sacrificio, superamento del proprio egoismo sono le condizioni per poter far festa.

*arcivescovo di Reggio Calabria-Bova

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