Oriana Fallaci: a vent’anni dalla sua morte pubblicata una lettera inedita sull’11 settembre a New York

oriana fallaci

Ai Overview: A vent’anni dalla scomparsa di Oriana Fallaci, emerge un documento inedito che offre uno sguardo crudo e diretto sulle ore immediatamente successive agli attentati dell’11 settembre 2001. Si tratta di una lettera indirizzata al suo avvocato, Francesco Brizzi, in cui la giornalista descrive una New York deserta, militarizzata e paralizzata dal trauma. La missiva testimonia lo sconcerto di un’inviata che, pur avendo documentato numerosi conflitti internazionali, si dichiara sopraffatta dagli eventi. Questo ritrovamento anticipa di poche settimane la stesura de “La rabbia e l’orgoglio”, il saggio nato su sollecitazione dell’allora direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, che segnò il ritorno della scrittrice sulla scena pubblica dopo dieci anni di silenzio, sollevando un vasto dibattito politico e culturale.

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La lettera inedita da New York all’indomani del crollo delle Torri Gemelle

«Io credevo d’aver visto tutto, nella mia vita. E invece no». Sono le parole che Oriana Fallaci scrive al suo avvocato Francesco Brizzi venticinque anni fa da New York, all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle. La lettera è stata resa pubblica ieri sera, durante il programma televisivo Quarta Repubblica, alla vigilia del ventesimo anniversario della morte della giornalista, mostrando una Fallaci diretta e concisa, “furibonda”. Nella lettera al suo avvocato, Fallaci descrive Manhattan come una città paralizzata. Le strade vuote, i ponti e i tunnel chiusi, i mezzi fermi, gli ospedali pieni, gli aerei militari sopra l’isola. Fallaci racconta quello che vede dalla sua casa, dopo aver cercato per ore di comunicare con l’esterno attraverso telefoni e fax. È una testimonianza privata, quasi un rapporto di guerra, scritta da una donna che di guerre ne aveva viste e raccontate molte. Chiude con una frase che lascia poco spazio all’interpretazione: «Sono isolata. Ammalata nella misura che sa, e furibonda. Molto furibonda».

Il ritorno alla scrittura e il confronto con de Bortoli

Leggere questa lettera oggi permette di tornare alla Fallaci prima ancora che l’11 settembre diventasse il centro dell’ultima parte della sua vita. Poche settimane dopo quella giornata, su richiesta dell’allora direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, sarebbe nato il testo che avrebbe cambiato ancora una volta la sua traiettoria: «La rabbia e l’orgoglio», pubblicato il 29 settembre 2001. De Bortoli, che in quei giorni la raggiunse a New York, ha raccontato più volte quel rapporto con Fallaci. Nel ricordo pubblicato dal Corriere ha definito il loro un rapporto «intenso, tempestoso», riconoscendo di aver avuto il merito di convincerla a tornare a scrivere dopo un silenzio durato dieci anni e, allo stesso tempo, di non averla difesa abbastanza dalle polemiche che seguirono. In un‘intervista a Adnkronos de Bortoli definisce Fallaci «profetica» per le domande che poneva all’Occidente dopo l’11 settembre: siamo ancora orgogliosi dei nostri valori e delle nostre libertà? E quanto siamo disposti a difenderli? Ma nel suo ricordo c’è anche qualcosa che va oltre la Fallaci dell’ultima stagione. «Abbiamo sempre più bisogno di giornalisti e giornaliste liberi come Oriana Fallaci», dice, soprattutto di giornalisti capaci di andare sul posto e guardare il mondo con i propri occhi, senza la mediazione di uno schermo. È un’immagine che restituisce bene la sua storia.

Dalla Resistenza ai reportage dai teatri di guerra

Nata a Firenze il 29 giugno 1929, era cresciuta in una famiglia povera e antifascista. Il padre Edoardo partecipò alla Resistenza e coinvolse anche la figlia: a quattordici anni Oriana divenne staffetta con il nome di battaglia “Emilia”, esperienza che avrebbe lasciato un segno profondo nel suo modo di intendere il coraggio e la libertà. Il giornalismo arrivò giovanissima. Dopo un breve passaggio agli studi di Medicina, iniziò a lavorare come cronista e nel 1951 pubblicò un articolo su «L’Europeo», entrando pochi anni dopo stabilmente nella redazione del settimanale. Da lì cominciarono i viaggi e le grandi interviste: dalla moglie dello Scià di Persia alle personalità politiche che avrebbero segnato il Novecento. Vietnam, Medio Oriente, America Latina. Fallaci non si limitava a osservare: entrava nelle storie, cercava il confronto, spesso lo provocava. Intervistò Henry Kissinger, Indira Gandhi, Golda Meir, Yasser Arafat, Willy Brandt, Hailé Selassié. Nel 1968, a Città del Messico, fu gravemente ferita durante la repressione di una manifestazione che stava seguendo per «L’Europeo».

La carriera di autrice e le reazioni all’11 settembre

Nel frattempo aveva cominciato a costruire anche la sua seconda vita, quella della scrittrice. «Lettera a un bambino mai nato», «Un uomo», «Insciallah» e i libri dedicati alle sue esperienze giornalistiche la trasformarono in un’autrice conosciuta in tutto il mondo. I suoi libri sarebbero stati tradotti in più di venti lingue. Con l’11 settembre arrivò quella che sarebbe diventata la sua ultima grande stagione pubblica. Dopo il primo articolo sul «Corriere», Fallaci trasformò la propria reazione agli attentati in una trilogia composta da «La rabbia e l’orgoglio», «La forza della ragione» e «Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse». Le sue posizioni sulla crisi dell’Occidente e sull’Islam suscitarono un dibattito durissimo. È anche per questo che ricordarla oggi significa tenere insieme due Fallaci che spesso vengono raccontate separatamente: la giornalista che attraversò guerre, rivoluzioni e poteri politici con una libertà di parola allora non comune e la scrittrice che, dopo l’11 settembre, scelse una posizione netta, radicale, destinata a dividere. E forse anche il motivo per cui, ancora oggi, continua a far discutere.

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