Avvenire di Calabria

Nel giorno dell'anniversario della sua morte, la testimonianza del martire di Auschwitz parla ancora

Padre Massimiliano Kolbe e il coraggio della fede: «Voglio prendere il suo posto»

Il racconto dei testimoni: «voglio prendere il suo posto, perché egli ha moglie e figli»

di Redazione Web

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Nell'anniversario della morte di padre Massimiliano Kolbe, morto il 14 agosto 1941 nel campo di concentramento di Auschwitz, pubblichiamo una riflessione di padre Pasquale Triulcio, pfi, direttore dell'Istituto superiore di Scienze Religiose di Reggio Calabria.

La voce del Lagerführer Fritsch riecheggiò tagliente e secca per quasi tutto il campo - in cui era rinchiuso anche padre Massimiliano Kolbe - che pareva sprofondato con il mondo nell’attesa di un evento: «Poiché il prigioniero fuggito ieri non è stato ancora ritrovato, dieci di voi andranno a morte». Il dito del Lagerführer iniziò a “colpire” uno ad uno dieci uomini.

Dieci vite troncate semplicemente con un gesto della mano. Bastava un movimento per decidere vita o morte dell’esistenza di una persona. Ad ogni selezione le vittime escono per sempre dalla fila dei compagni del blocco, per raggiungere la fila della morte.


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Quando gli ufficiali delle SS raggiungono l’ottava fila, il numero fatale è quasi completato. Il ricordo di Ted Wojtkowski riguardo quegli attimi, esprime in qualche modo ciò che in realtà è inesprimibile. Cosa accade nell’animo di chi si rende conto che la propria vita, i propri affetti stanno per concludersi in modo così illogico e crudele? «Sto pensando di essere fortunato. Poi, improvvisamente lui punta il dito verso di me e dice: “Tu!”. Sono preso dal panico e sono incapace di muovermi. Siccome non faccio il passo avanti, quello che è vicino a me pensa che Fritsch abbia chiamato lui. Incerto, mette lentamente un piede in avanti. “Non tu, porco polacco”, ringhia Fritsch, e punta ancora il dito verso di me. Poi improvvisamente in una frazione di secondo, cambia idea e mentre il mio compagno sta per tornare indietro, gli ordina di proseguire e prende lui al mio posto. Io rimango paralizzato». Finalmente la macabra selezione viene completata.

Gli ufficiali delle SS verificano accuratamente i numeri dei condannati presenti nella loro lista. Mentre sono assorti per adempiere tutto alla perfezione, ecco accadere ciò che secondo il pensiero nazista non sarebbe mai potuto succedere in un campo di sterminio, un evento che sta per ribaltare e sconfiggere la logica di quel sistema di morte, un fatto in grado di rivelare il fallimento di ogni sistema improntato sulla violenza, un episodio capace di ribadire la vittoria del bene sul male grazie alla testimonianza di padre Massimiliano Kolbe. Una delle vittime esplode in un grido misto a lacrime. Le SS lo ignorano.

È Francesco Gajowniczek che era stato un sergente dell’esercito polacco. Lasciamolo raccontare: «Mi trovavo in una stessa fila con Padre Massimiliano Kolbe; ci separavano 3 o 4 prigionieri. Il Lagerführer Fritsch circondato dalle guardie si avvicinò, e cominciò a scegliere nelle file dieci prigionieri per mandarli a morte. Il führer indicò anche me col dito. Uscii dalla fila e mi sfuggì un grido, che avrei desiderato rivedere ancora i miei figli. Dopo un istante, uscì dalla fila un prigioniero, offrendo sé stesso in mia vece. Si avvicinò cioè, al Lagerführer e cominciò a dirgli qualche cosa. Una guardia lo condusse al gruppo dei condannati a morte e mi fece rientrare nella fila».

«Dopo la scelta dei dieci prigionieri Padre Massimiliano Kolbe uscì dalla fila e togliendosi il berretto si mise sull’attenti dinanzi al comandante. Questi, sorpreso, indirizzandosi a padre Massimiliano disse: “Che cosa vuole questo porco polacco?” Padre Massimiliano puntando la mano verso Francesco Gajowniczek, già prescelto per la morte rispose: “Sono un sacerdote cattolico polacco; sono anziano, voglio prendere il suo posto, perché egli ha moglie e figli”. Il comandante, meravigliato parve non riuscire a trovare la forza per parlare. Dopo un momento con un cenno della mano, pronunziando la sola parola “fuori!”, ordinò al Gajowniczek di tornare nella fila lasciata un momento prima. […] Pare incredibile che il comandante Fritsch abbia tolto dal gruppo dei condannati il Gajowniczek ed abbia accettata l’offerta di Padre Kolbe e che non abbia piuttosto condannati tutti e due al bunker della fame. Con un mostro come quello ciò sarebbe stato possibile».


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Silenzio, stupore, vita, speranza aleggiavano misteriosamente tra le file impietrite del blocco, mentre Gajowniczek preso a calci dal comandante fattosi piccolo innanzi al gigante, rientrava nelle file. Di quegli istanti ricorderà: «Potei solo cercare di ringraziarlo con gli occhi. Ero stravolto e facevo fatica a capire cosa stesse succedendo. L’immensità del gesto di padre Massimiliano Kolbe: io, il condannato, dovevo vivere e qualcun altro, volontariamente e con gioia, aveva offerto la sua vita per me, un estraneo. Era un sogno o era realtà?». Era proprio realtà.

Morirà all’età di 94 anni il 13 marzo 1995, dopo aver girato il mondo a raccontare ciò che gli era accaduto, una sorta di resurrezione. Compirà questa missione, “come una preziosa reliquia vivente”, con ogni mezzo e verso tutti gli uomini di ogni condizione e razza. Nel 1989, ricevuto in udienza per 15 minuti, lo farà anche col presidente americano George Bush. Giovanni Paolo II, in un telegramma di condoglianze il 14 marzo 1995 ha scritto: «È andato dal Signore un uomo, la cui vita la provvidenza ha legato in modo mirabile con la figura di padre Massimiliano Kolbe».

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Nato a Zdunska Wola nel 1894, francescano nel 1910, prete nel 1918, tra il 1930 e il 1936 fu missionario in Oriente. Fondò il “Cavaliere dell’Immacolata”. Catturato dai nazisti, il 28 maggio 1941 arrivò ad Auschwitz. Padre Massimiliano Maria Kolbe moriva alle 12,50 del 14 agosto 1941, vigilia della Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Beatificato come Confessore della fede da Paolo VI il 17 ottobre 1971 e canonizzato come Martire da Giovanni Paolo II il 10 ottobre 1982.

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