Pon Legalità 2014/2020 ai nastri di partenza

Sembra farsi largo in ambito europeo  una  consapevolezza nuova, diversa, rispetto al fenomeno malavitoso, divenuto ormai transnazionale,  anche a livello “militare”  (strage Duisburg docet).  “La presenza della criminalità organizzata in molte zone delle cinque regioni meno sviluppate (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) costituisce un freno allo sviluppo,  specialmente in Campania, Calabria e Sicilia”.  Il Position Paper dei Servizi della Commissione europea prosegue sottolineando che “ sebbene  l’incidenza della criminalità riguardi tutto il Paese, ciò che caratterizza le Regioni meno sviluppate e, in particolar modo, quelle dell’ex Obiettivo Convergenza, è la pervasiva presenza della criminalità organizzata di stampo mafioso”.  Emerge “un elevato livello di incidenza di specifici reati, quali quelli legati alle associazioni criminali di tipo mafioso che inquinano le fisiologiche dinamiche di mercato e l’affermazione dei principi di uguaglianza e libertà. In particolare, l’indice ISTAT di “incidenza di associazione mafiosa”, ovvero la percentuale di reati associativi di tipo mafioso sul totale dei reati associativi,  presenta valori nettamente più alti per le regioni meno sviluppate rispetto a quelle del centro nord”.  Tutto ciò “costituisce  un fattore eccezionale di condizionamento  dell’amministrazione, dell’economia e della società meridionale che impedisce  alle  forze sane di emergere”.  Per invertire questo trend “è necessaria dunque  una strategia integrata  che sia in grado di agire per il contrasto dei citati fenomeni su tre livelli principali: sistema amministrativo, sistema economico e società civile”.  Alcune risposte dovrebbero giungere dal  Pon Legalità 2014/2020, il cui comitato di Sorveglianza ha avuto luogo nei giorni scorsi  a Roma, alla presenza “dei  rappresentanti della Commissione Europea, delle Amministrazione Centrali, delle Regioni “meno Sviluppate” (Calabria, Campania, Sicilia, Sardegna, Basilicata)  nonché del partenariato socio economico.  Il suddetto progetto,  dotato di  circa 377 milioni di euro ed è articolato in 6 assi, mira a “realizzare  azioni di rafforzamento amministrativo (sistemi informativi e formazione) per la Pubblica Amministrazione impegnata nel contrasto alla corruzione e alla criminalità, azioni per la sicurezza di aree industriali, interventi per il recupero dei beni confiscati da destinare a finalità istituzionali, azioni di accoglienza e inclusione degli immigrati e attività di supporto agli operatori economici vittime dei fenomeni di racket e usura”.  E’ un primo passo, al quale  ne dovranno giocoforza seguire altri, atteso che “il varo di un programma di legalità nasce dall’idea che l’arretratezza delle regioni del Sud, ascrivibile in gran parte a ragioni storiche, culturali ed economiche, è in molti casi “mantenuta e alimentata” da dinamiche di convenienza e sfruttamento da parte di attori locali (anche classi dirigenti) motivati a estrarre benefici dalla conservazione dell’esistente e non disponibili all’attivazione di circuiti di sviluppo in grado di autosostenersi. In questo quadro, fenomeni quali l’infiltrazione mafiosa, la corruzione e il condizionamento dell’economia e dell’azione amministrativa svolgono una vera e propria funzione di “agenti frenanti” lo sviluppo, che alimentano  l’immagine di uno Stato inefficiente e poco trasparente che non offre occasioni di crescita e benessere ai cittadini. Si alimentano così i meccanismi che rischiano di rendere inefficaci le politiche di sviluppo”.     

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