Post-pandemia, liberare l’informazione dall’ansia dei numeri

di Mimmo Nunnari * – Riceviamo ogni giorno, a tutte le ore, una quantità tale d’informazioni, quanto le generazioni dei nostri nonni e bisnonni ne ricevevano in tutta la vita. Il fiume, di comunicazioni e notizie, invade la nostra quotidianità, ma il flusso incessante lungi dal placare sete di conoscenza e aspettativa dei destinatari, di essere informati correttamente, diventa un scorrimento dannoso, alluvionale, che spesso fuoriesce dall’alveo.

La quantità d’ informazione, frutto del cambiamento epocale avvenuto con l’avvento dell’internet, reti elettroniche, Social media, giornali on line, non è garanzia, come si crede, sbagliando, di informazione più ampia, o migliore, rispetto all’epoca antetecnologia: «Stranamente, non abbiamo mai avuto più informazioni di adesso, ma continuiamo a non sapere che cosa succede», ha detto papa Francesco, centrando il problema.

L’informazione è tutto, ma non è tutto, se la sua storia la leggiamo semplicemente come trasformazione, dalla scarsità all’abbondanza, che può diventare problema, quando non si riesce a migliorare la qualità e la correttezza delle informazioni che si ricevono.

L’informazione è stata importantissima, determinante per la libertà dei popoli e l’affermarsi della democrazia, ma oggi, con tecnologie avanzate che introducono addirittura il robot, per scrivere le notizie, mettendo in crisi il sistema tradizionale di fare informazione con giornali cartacei, radio, televisione, ci troviamo di fronte ad un bivio e servono correzioni. Soprattutto dopo la pandemia globale, che non ha risparmiato nessuno, e messo a nudo le fragilità del mondo degli uomini.

È urgente apportare correttivi nei modelli e negli stili di vita.

Partiamo da una situazione in cui molto, quasi tutto, è plasmato, orientato,influenzato dall’informazione, che coinvolge la sfera più personale, intima di ogni individuo: sentimenti, educazione, fede, cultura, senso del vivere comune. Con tutta la volontà che possiamo metterci, oggi,

non riusciamo a sottrarci alla tempesta di Social media, televisione, internet. È con questi mezzi, dai quali siamo dipendenti, e che ci intossicano, che ormai trascorriamo grande parte della giornata, sottraendo tempo al dialogo, al confronto, a cominciare dall’ambito familiare: praticamente abbiamo regalato ai social la nostra libertà.

Siamo convinti, sbagliando, di poter scegliere quel che ci pare, solo perché possediamo lo smartphone più tecnologico, avanzato, ma in realtà finiamo con l’immergerci in quel fiume mediatico, inquinato, che scorre a grande velocità e ci travolge, senza scampo. «Non sappiamo cosa succede», dice il papa. In una situazione, in cui prevale apparenza, esteriorità e immagine, tutto diventa più importante della sostanza delle cose. Domanda: quanta responsabilità hanno giornali, televisioni, blog, influencer?

Risposta: sicuramente molta.

Si può cambiare? La risposta è sì e dobbiamo provarci, poiché al contrario lo stato di frenesia, degli operatori dell’informazione, rischia di trascinare la società moderna verso una civiltà che dovremmo definire “retrocessa”. E sarebbe la prima volta nella storia del progresso, che non ha conosciuto soste o regressi, finora. Il problema è cercare un’exit strategica, un nuovo inizio, aggiustando il tiro, abbandonando l’ “abbondanza” chiassosa che non garantisce né correttezza, né qualità.

Ci vuole qualcosa che faccia recuperare l’aspetto etico dell’informazione, insieme all’uso di un linguaggio efficace, colto, consapevole. Quando si fa uso sciatto del linguaggio o peggio si manipolano i significati, l’effetto è il tradimento del valore della notizia. L’informazione non può essere questione di tifoserie, come nei talk show, ma di corretta, credibile, informazione.

* Giornalista e scrittore

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