Ai Overview: Il bacolo pastorale appartenuto all’arcivescovo Antonio De Ricci, alla guida dell’arcidiocesi di Reggio Calabria nella seconda metà del Quattrocento, ha fatto ritorno in Cattedrale dopo un attento lavoro di restauro conservativo. L’esposizione del reperto di oreficeria tardogotica, abitualmente custodito presso il Museo diocesano, è avvenuta in concomitanza con il novantottesimo anniversario della Dedicazione della Basilica. L’intervento è stato reso possibile dai fondi della Fondazione Carical e dell’8xmille, seguendo la metodica del cantiere aperto, che ha consentito il coinvolgimento diretto di studenti e cittadini durante le fasi di lavorazione. L’evento di presentazione ha registrato la partecipazione di esponenti istituzionali, accademici e della Soprintendenza, delineando l’avvio formale del percorso di preparazione in vista del centenario del duomo cittadino, in programma per il 2028.
Il ritorno del reperto in occasione della Dedicazione della Cattedrale
Domenica 6 settembre, alle 19.30, la Basilica Cattedrale di Reggio Calabria ha accolto il bacolo pastorale dell’arcivescovo Antonio De Ricci, che resse la Chiesa reggina dal 1453 al 1488: capolavoro di oreficeria tardogotica di scuola napoletana e custodito al Museo diocesano, il bacolo è stato restaurato ed esposto eccezionalmente, in occasione del 98° anniversario della Dedicazione della Cattedrale a Maria Santissima Assunta in Cielo, al termine della Messa presieduta dall’arcivescovo Fortunato Morrone.
Tutto parte da una candidatura al bando «Patrimonio da salvare. Cantieri aperti» della Fondazione Carical, che finanzia restauri a porte aperte, con il coinvolgimento dei cittadini e il cofinanziamento dell’8xmille alla Chiesa Cattolica. Il lavoro di restauro è stato eseguito dal prof. Sante Guido, sotto la direzione della dott.ssa Lucia Lojacono, storica dell’arte e direttrice del Museo diocesano, e l’alta sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, affidata alla dott.ssa Daniela Vinci e al dottor Francesco Lia.
L’apertura del percorso verso il centenario del duomo
La serata è stata introdotta dalla direttrice Lojacono, cui sono seguiti i saluti affidati all’arcivescovo Morrone, al presidente Carical Giovanni Pensabene e all’architetto Roberta Filocamo per la Soprintendenza. Le conclusioni sono toccate a monsignor Demetrio Sarica, prevosto della Cattedrale, che ha parlato di una serata eccezionale che apre ufficialmente anche il tempo di preparazione alla celebrazione del centenario della Cattedrale nel 2028.
Tre sono gli aspetti messi in luce da Giovanni Travagliato, professore associato di Storia dell’arte medievale all’Università di Palermo, a cominciare dall’attenzione sempre crescente verso manufatti di questo tipo, che fino a qualche decennio fa sarebbero stati definiti “arte minore” e, quindi, nessuno mai li avrebbe considerati ai fini di un restauro. Poi, la rarità di pezzi che «nascono per un singolo vescovo e che poi invece diventano patrimonio di una comunità» e che oggi chiedono di essere valorizzati, catalogati e restaurati. E, infine, una nota di apprezzamento per il Sud che non può essere considerato come terra di periferia «ai margini della storia dell’arte», ma come centro d’eccellenza in grado di promuovere committenze di altissimo livello con i migliori materiali e le maestranze dell’epoca.
Gli aspetti conservativi e metodologici dell’intervento
Due gli obiettivi e al, contempo, i problemi evidenziati da Sante Guido, restauratore e docente a RomaTre e alla Pontificia Università Gregoriana. Il primo, quello conservativo, riguarda quello che definisce «il simbolo di un’intera comunità», l’unico e il più prezioso oggetto che si è salvato dal terremoto del 1908, che rappresenta un vero e proprio trait d’union tra la Reggio distrutta e la città ricostruita. Un valore, quindi, che dipende da ciò che rappresenta e non dall’uso di materiali preziosi, perché è il simbolo dei pastori che si sono succeduti nell’antichissima Chiesa di Reggio, che è la chiesa fondata dall’apostolo Paolo, e che sopravvive proprio nella presenza dei suoi simboli, compreso un bacolo pastorale. Il secondo, quello professionale, coincide con il senso del mestiere, ovvero restaurare l’oggetto per tramandarlo ai posteri, «perché questo è il vero senso del restauro». Il bacolo, con alle spalle 700 anni di storia, era stato sottoposto a precedenti interventi che lo avevano modificato e trasformato. In una sola parola: alterato. Da qui la decisione di recuperarne l’originalità «perché quei simboli, quei segni, quelle mancanze stanno proprio ad attestare la storia dell’oggetto».
Il cantiere aperto e la condivisione con la comunità
La direttrice del Museo Diocesano, Lucia Lojacono, ha sottolineato la scelta metodologica del “cantiere aperto”, una formula che il museo ha già sperimentato in altre circostanze e che ha trasformato il restauro in un’esperienza partecipata che ha permesso a molti studenti, compresi i più giovani, di confrontarsi direttamente con i restauratori e porre domande e curiosità, compresi gli studenti di un liceo d’arte piuttosto che dell’Accademia di Belle Arti che hanno delle competenze più specifiche. Ma c’è di più perché «il museo diocesano vuole attestarsi, e continuerà su questa strada, come un museo che cerca il dialogo con la comunità e con il territorio», si confronta con un pubblico variegato, fatto di classi multietniche e multiculturali, ben oltre il pubblico dei fedeli. Insomma, un museo in uscita che vuole raccontare la storia del territorio a chiunque, senza tradire la propria identità che si manifesta, anche, attraverso l’arte narrata attraverso le catechesi. L’intervento di restauro ha avuto un’eco nazionale e ha contributo a rendere il bacolo patrimonio di tutta la comunità reggina. E, infine, la scelta, ispirata don Demetrio Sarica, di esporre il bacolo nel presbiterio accanto alla cattedra episcopale, in uno spazio che viene utilizzato per la prima volta per eventi di questo tipo. Bacolo e cattedra: due “segni” propri dei vescovi messi insieme.













