Ai Overview: A trentadue anni dalla scomparsa del filosofo austriaco Karl Popper, avvenuta il 17 settembre 1994, la sua riflessione critica sui mezzi di comunicazione di massa e le sue teorie sull’organizzazione sociale rimangono argomenti di stringente attualità. L’anniversario si intreccia con il recente lutto per Dario Antiseri, il principale promotore del razionalismo critico popperiano in Italia, studioso che si è distinto per aver coniugato questo metodo di indagine con la fede cristiana. Dalla sua severa analisi dei pericoli della televisione, sfociata nella proposta di una “patente” per i produttori televisivi a tutela dei minori, fino alle complesse discussioni attorno al concetto di “società aperta” e alle derive del relativismo etico, le inquietudini di Popper offrono oggi una chiave di lettura utile per analizzare anche le dinamiche e i rischi legati ai moderni strumenti digitali.
La critica ai media e l’eredità di Dario Antiseri
Il 17 settembre 1994, a novantadue anni, moriva Karl Popper, esattamente qualche settimana dopo uno dei suoi ultimi interventi, intitolato “Cattiva maestra televisione”, con cui aveva espresso una dura critica contro il mezzo televisivo: il filosofo austriaco gli imputava alcune degenerazioni, tra cui il potere incontrollato, la rincorsa dell’audience, la produzione di violenza e il pericolo per i bambini. A trentadue anni di distanza, la sua scomparsa viene ad essere ricordata in un momento particolare per la filosofia italiana, segnata dalla morte di Dario Antiseri, l’interprete forse più tenace del razionalismo critico in Italia, l’uomo che di quel metodo aveva fatto anche un ponte verso la fede cristiana.
La provocazione di una patente per i produttori televisivi
All’interno del saggio “Cattiva maestra televisione” confluì il testo “Una patente per fare tv” che costituì inevitabilmente una proposta spiazzante, soprattutto per un liberale, considerato il tenore delle parole di Popper, che ebbe a scrivere che «chiunque sia collegato alla produzione televisiva deve avere una patente, una licenza, un brevetto, che gli possa essere ritirato a vita qualora agisca in contrasto con certi principi». Si trattava, in poche parole, di ragionare sull’istituzione di uno strumento obbligatorio rivolto a chi produce e dirige programmi televisivi, come anche a chi confeziona immagini, che possa essere revocato in caso di gravi e ripetute violazioni di alcune norme etiche ritenute imprescindibili. Qualcuno non tardò a evidenziare la contraddizione rispetto al suo pensiero e Popper, del resto, non provò neppure a nasconderla perché era preoccupato dall’assuefazione dei bambini alla violenza e ancora di più dall’esistenza, all’interno di una democrazia, di un potere tanto forte e quasi privo di contrappesi: a ben vedere, non è difficile rileggere quelle inquietudini senza pensare alla pervasività degli strumenti digitali rispetto alla tutela della privacy, alla mancanza di informazioni adeguate e, spesso, all’età degli utenti.
La società aperta e il dibattito sul relativismo etico
Non resta che un breve cenno al resto del suo pensiero e in particolare al concetto controverso della cosiddetta “società aperta” che annovera tra i suoi principi il fallibilismo e l’idea che nessuno possa rivendicare una verità definitiva. Una certa lettura critica vede in questa impostazione l’idea che non vi siano più certezze, compresi valori non negoziabili, e che ci si può sbagliare su tutto, con il rischio di creare le premesse che portano a sfociare nel relativismo etico e nel nichilismo. Un paradosso, se si pensa che proprio nella Società aperta Popper riconosce al cristianesimo un ruolo decisivo nella formazione dell’idea occidentale di libertà e di eguaglianza e nel primato della coscienza dei singoli individui sul potere. Il tema è dibattuto e forse potrebbe giovare ricordare il monito di Ratzinger secondo cui il relativismo, l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni, «non riconosce nulla come definitivo» e «lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie».













