San Ferdinando, viaggio dentro l’impianto di scolo del Porto

Il canale dei veleni continua a defluire in spiaggia, alimentando un lago oleoso, percorre verso sud un rivolo, misto di idrocarburi e residui fognari. Come frangiflutti artificiale una diga di sabbia che impedisce ai liquami di finire nelle acque del Mediterraneo. Una diga ricostruita, in fretta e furia, per evitare che le onde attraessero sostanze la cui provenienza è sconosciuta. Così come sconosciuti sono i risultati delle analisi di Arpacal sui terreni contaminati; da qualche giorno, sul sito, c’è la massima allerta anche delle istituzioni coinvolte. Una scena che però, nonostante i tanti tavoli tecnici e le molteplici conferenze dei servizi, rimane immutata a San Ferdinando, dove il ping pong delle responsabilità naufraga dinnanzi ad una situazione ormai chiara sotto gli occhi di tutti. Eppure, a cavallo tra agosto e settembre, era intervenuta l’Autorità Portuale ripulendo il tratto scoperto del canale di scolo confinante col Porto di Gioia Tauro. Un’azione di messa in sicurezza del sito, preludio per la bonifica, ad oggi, però, non ancora iniziata nonostante sia passato quasi un mese. Ma da dove deriva questo liquame che sta contaminando le sabbie? L’ingresso del canalone è completamente aperto e senza alcuna forma di vigilanza, seppur la Regione Calabria abbia intimato al Corap, proprietario dell’impianto, di provvedere immediatamente ad una soluzione in tal senso. Addentrandosi all’interno del canalone, si rintraccia lo stesso strato oleoso che vi è a valle nel tratto terminale. Gli odori sono fortemente nauseabondi: sotto il liquido si vedono rettili, probabilmente anguille, che – biologicamente – non sono segno di salubrità del sito, anzi tutt’altro. I rettili trattengono le sostanze pericolose gravando sull’ecosistema. Avanzando di qualche centinaio di metri dall’ingresso si trovano copertoni, vari rifiuti urbani ed lo scheletro di un automobile in avanzato stato di decomposizione, i cui particolari della carrozzeria ormai sono completamente corrosi dal liquame. Il canale, ricordiamo, doveva raccogliere le acque bianche del Comune di San Ferdinando. Ma le novità più importanti riguardano i bocchettoni di riversamento dell’area industriale e dell’interporto che si trovano ad altezza d’uomo ogni cento metri. Vi sono quelli segnalati con delle lettere in ordine crescente dipinte con della vernice arancione; vi sono altri, anomali, che non sono segnalati da alcuna indicazione. A proteggerli un reticolato di ferro che, in realtà, è ciò che resta del cemento armato divelto per forare quel passaggio che è stato utilizzato di recente vista l’umidità delle pareti sottostanti. Il canalone è tutt’altro che bonificato, almeno nella sua prima parte interna di un tracciato che divide in due la Piana di Gioia Tauro per quattro chilometri. Eppure ci sarebbe una società, la Iam Spa, che dal 2002 per vent’anni, avrebbe la gestione della manutenzione ordinaria, straordinaria e programmata dell’intero impianto. La Iam è una società partecipata da soci pubblici (i comuni di Gioia Tauro, Polistena e Roserno) eppure negli ultimi tre mesi di agitazione, al netto di qualche intervento-tampone, non si è premurata di avviare un serio percorso di bonifica del canale. Nel corso di una recente conferenza stampa dell’assessore regionale all’Ambiente, Antonella Rizzo, erano state invitate, la Iam ed il Corap, ad un’assunzione di responsabilità. Ancora, però, nessuna novità all’orizzonte per l’impianto dei veleni che rischia – nei mesi invernali – di essere un’emergenza che una semplice e grossolana diga di sabbia non potrà certamente arginare.

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