Lo sbarco e l’arresto. Adesso Shenouda vuole invertire rotta: «Ecco il mio sogno»

In Italia, grazie a un progetto che ha goduto della supervisione di un maestro orafo rinomato in tutto il mondo come Gerardo Sacco, ha affinato le sue tecniche
shenouda sogno orafo

Lo sbarco e l’arresto. Adesso Shenouda vuole invertire rotta: «Ecco il mio sogno». Tra le tante storie che si intrecciano nel progetto “Ri-mediamo” promosso da Ismed, Università Mediterranea e Tribunale per i minorenni, c’è quella di un ventenne egiziano giunto in riva allo Stretto su quelle che tutti chiamo le “zattere della speranza”.

Shenouda e il suo sogno: «Da grande farò l’orafo»

Il suo nome è Shenouda Eid Ramzy Farag: «Sono venuto in Italia per sistemare la mia vita», ma le cose non sono andate per il verso giusto. «Ho fatto una cavolata: sono stato per 12 mesi in comunità». Gli “incidenti di percorso”, però, non frenano la voglia di crescere di Shenouda.

«Cosa vorrei fare? Non ho dubbi: l’orafo». A frenarlo, profondamente, c’è la burocrazia. Parliamo del permesso di soggiorno che tarda ad arrivare e una condizione di bisogno che lo preoccupa. «In Egitto, la situazione è molto complicata. C’è molto sfruttamento, i lavori sono molto pesanti». Proprio durante la sua permanenza in Comunità ministeriale, l’occasione della vita. «Neanche ci credevo quando mi hanno detto che avrei potuto fare vedere cosa sapevo fare come orafo», spiega Shenouda. Nel suo paese, il giovane egizio aveva imparato l’arte orafo sin da piccolissimo. Anelli, collane, orecchini.


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Ma come ha imparato? «Osservando e aiutando». Ha gli occhi furbi, Shenouda, quando racconta come ha carpito i segreti non solo dai suoi connazionali, ma anche da professionisti che arrivavano dall’altra parte del mondo come America o Cina.

In Italia, grazie al progetto che ha goduto della supervisione di un maestro orafo rinomato in tutto il mondo come Gerardo Sacco, ha affinato le sue tecniche. Specialmente nel saper lavorare con le pietre preziosi.

«Questa esperienza mi ha aiutato a capire che solo col lavoro posso migliorare le mie condizioni di vita» afferma Shenouda. I suoi occhi vispi non smettono di scrutare. Ha fame di conoscere, di avere sempre più nozioni. È uno di quelli che “ce la vuole fare”. «Su questa terra non c’è niente di impossibile, basta usare la testa sempre». Ha fatto tre anni di carcere, le ferite rimangono.


PER APPROFONDIRE: Una storia di riscatto al femminile tutta reggina


Anche perché è stato un periodo da affrontare da solo. «Io non ho famiglia» ammette quando i suoi occhi stavolta tradiscono un po’ di emozione. Lo sguardo torna fiero, però, quando deve rivolgersi ai suoi coetanei: «Un consiglio? Posso dire come mi sarei comportato se io avessi avuto la mia famiglia qui. Probabilmente non mi sarei mai trovato in quella situazione».

La sua certezza deriva dalla vita trascorsa ai limiti della legalità, le cui conseguenze le ha pagate duramente: «Ho iniziato a frequentare persone sbagliate che mi hanno fatto vivere una situazione davvero pesante. Lasciate perdere le false illusioni, la prova del carcere è brutta. Davvero troppo brutta».

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