Si crede sempre meno, anche il buddismo perde fedeli: viaggio nel declino silenzioso dell’Asia orientale

Buddismo

Un recente studio pubblicato dal Pew Research Center di Washington analizza la flessione del numero di fedeli buddisti a livello globale, con una particolare concentrazione del fenomeno in Asia orientale. I dati indicano che tra il 2010 e il 2020 la popolazione buddista mondiale è scesa da 343 a 324 milioni, registrando un calo del 5%. Le interviste qualitative condotte in Giappone e Corea del Sud documentano come questa contrazione sia il risultato di una combinazione di fattori demografici, come l’invecchiamento della popolazione e i bassi tassi di natalità, intrecciati a dinamiche sociali quali l’urbanizzazione e i ritmi serrati della vita metropolitana moderna. Sebbene si registri un progressivo distacco dalle pratiche formali nei templi e dalle consuetudini familiari, specialmente tra le nuove generazioni, la ricerca evidenzia come una parte degli intervistati continui a mantenere una dimensione di riflessione interiore legata alla tradizione d’origine.

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Le rilevazioni demografiche e il calo dei fedeli

C’è un grande e antico tempio vicino a casa sua, a Tokyo, dove Junichiro Tsujinaka si reca ogni tanto, ma non per pregare, tiene a precisare: «mi piace semplicemente l’atmosfera, l’aria tranquilla, la sensazione che si prova», racconta al Pew Research Center. Tsujinaka è proprietario di un bar nella capitale giapponese, figlio e nipote di pescatori dell’isola di Hokkaido che per generazioni si erano occupati volontariamente di un tempio buddista. Lui, però, non ha mai sua questa confessione religiosa; da quando ha lasciato la casa paterna a quindici anni, quel mondo gli è scivolato addosso quasi senza che se ne accorgesse. La sua storia non è un caso isolato, è un frammento di una trasformazione religiosa e culturale che sta ridisegnando il volto dell’Asia orientale. A documentarla è un’ampia ricerca pubblicata l’11 marzo dal Pew Research Center di Washington, il più autorevole istituto statunitense di analisi demografiche e sociali. Il dato di partenza? Eccolo: il buddismo è l’unica grande religione al mondo il cui numero di aderenti sta diminuendo, tra il 2010 e il 2020, i buddisti nel mondo sono passati da 343 a 324 milioni, un calo di circa il 5 per cento, in controtendenza rispetto a tutte le altre confessioni, che nello stesso decennio hanno registrato una crescita.

Le dinamiche anagrafiche in Asia orientale

L’epicentro di questa contrazione è l’Asia orientale, dove risiede il 98 per cento dei buddisti del pianeta: in Cina, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Hong Kong il numero di buddisti è diminuito di 32 milioni di persone in un solo decennio, un crollo del 22 per cento. Il fenomeno ha radici demografiche: l’età media dei buddisti nel mondo è di circa 40 anni, la più alta tra i grandi gruppi religiosi, e il tasso di fertilità – 1,6 figli per donna – è l’unico a trovarsi al di sotto della soglia di sostituzione generazionale. Ma la demografia, da sola, non spiega tutto. Per comprendere le ragioni più profonde di questa erosione, i ricercatori del Pew hanno condotto una serie di interviste qualitative a Tokyo e Seoul nell’ottobre 2024, coinvolgendo adulti giapponesi e coreani cresciuti in famiglie buddiste. Ne è emerso un mosaico di esperienze individuali molto variegato: oggi in Giappone, il 40 per cento degli adulti che originariamente erano buddisti dichiara di non appartenere ad alcuna religione – ateo, agnostico, o semplicemente «nulla in particolare», in Corea del Sud la percentuale sale al 42 per cento.

Il distacco delle nuove generazioni e l’urbanizzazione

Nella maggior parte dei casi, l’abbandono della fede avviene attraverso un lento allontanamento dall’ambiente in cui si è cresciuti: lo si evince dal racconto di Sunwoo Lee, studentessa universitaria di Seoul, i cui nonni sono buddisti devoti e i genitori un po’ meno. Lei, sua parte, non vede alcun senso nella pratica religiosa: «Tendo a credere nella scienza più che nelle cose spirituali, perciò non credo in ciò che non si può vedere», spiega ai ricercatori. E aggiunge: «Ho sempre pensato che sia meglio vivere concentrandosi su questo mondo. Ecco perché non ho una religione». Questo progressivo distacco generazionale è confermato dai dati: in entrambi i Paesi, i giovani hanno dichiarato in modo significativamente inferiore rispetto agli anziani di identificarsi come buddisti, di visitare i templi o di pregare il Buddha. Il fenomeno si intreccia con l’urbanizzazione e la mobilità sociale: chi lascia le campagne o le piccole città per trasferirsi nelle grandi metropoli perde spesso il contatto con le tradizioni familiari. Come nel caso di Tsujinaka, che dopo aver lasciato Hokkaido ha delegato ai genitori ogni responsabilità legata al tempio: «Da quando mio fratello e io ci siamo trasferiti dalla nostra città natale, abbiamo lasciato ai nostri genitori tutto ciò che riguarda le responsabilità del tempio e del santuario». Ma c’è anche un elemento più quotidiano, quasi banale: la mancanza di tempo.

I ritmi di vita e la riduzione dei nuclei familiari

A differenza dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islam, che prevedono ritmi settimanali di preghiera e di culto, il buddismo non impone la frequentazione regolare del tempio, questo lo rende più vulnerabile alle pressioni della vita moderna. Jeongnam Oh, ex commerciante di Seoul oggi in pensione, ricorda che da bambina partecipava spesso a cerimonie e festival buddisti, ma quando sono arrivati i figli, le priorità erano altre: «Non ricordo di essere andata al tempio con i miei figli. Loro dovevano studiare, ed io avevo la mia vita… Era difficile trovare del tempo insieme». Ma, precisa, non si tratta di indifferenza: «Non è che pensassi fosse inutile insegnarglielo. Semplicemente non ne ho avuto l’occasione». Anche il calo delle nascite ha un ruolo nel calo dei credenti: Chieko Nakajima, ristoratrice di Tokyo, osserva che le famiglie giapponesi sono sempre più piccole: «Il sistema familiare si sta disgregando, e le persone non vedono più i propri parenti. Ecco perché le tradizioni familiari uniche, almeno qui a Tokyo, stanno scomparendo rapidamente».

In Giappone molte famiglie buddiste custodiscono un butsudan, un piccolo altare domestico in legno con rappresentazioni del Buddha e fotografie dei defunti, davanti al quale si bruciava incenso e si lasciavano offerte quotidiane. Atsushi Oda, editor di libri di Tokyo, racconta che dopo la morte della madre il padre ha preso in carico la manutenzione del butsudan, ma lui non intende proseguire la tradizione nella stessa forma: «Eliminerei gli altari fisici e li farei diventare digitali». Ad alimentare il distacco contribuisce anche una percezione negativa della religione in quanto tale. In Corea del Sud, Rogeon Hong, tecnico di studio di Seoul, associa la religione alla superstizione e allo sciamanesimo. Suo padre, infatti, si dichiara buddista ma pratica riti sciamanici, porta amuleti portafortuna e brucia incenso per scacciare le energie maligne: «Ce n’è uno [di amuleti] nel mio portafoglio, ce lo ha messo lui stesso. Non credo sia molto efficace», commenta Hong. In Giappone, poi, l’idea stessa di religione porta il peso di un trauma collettivo: l’attentato con il gas sarin nella metropolitana di Tokyo del 1995, compiuto dal gruppo Aum Shinrikyo, un movimento che aveva all’interno dei membri buddisti.

La persistenza di una riflessione individuale

Eppure, nonostante il declino, c’è ancora qualcosa che resta. La ricerca del Pew Research Center registra che circa un terzo delle persone che si dichiarano senza religione in Giappone, e quattro su dieci in Corea del Sud, conserva un legame con la tradizione buddista. Sato, che da bambino aveva maturato un giudizio molto negativo sulla religione, da adulto si è ritrovato a interrogarsi sulla reincarnazione – un concetto cardine del buddismo – non per fede, ma per riflessione personale: «Non è che creda nella reincarnazione per via di qualche religione. È più che altro attraverso i miei dialoghi interiori, chiedendomi che cosa succede alle persone quando muoiono». E Jeongnam Oh, che non si definisce più buddista, ammette: «Non direi di essere buddista, ma… la preghiera che ho nel cuore, credo che sia ancora rivolta al buddismo».

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