Avvenire di Calabria

L’intervista al presidente nazionale del Csi Vittorio Bosio, che ci offre uno spaccato sulla realtà dell’intera filiera sportiva ai tempi del coronavirus e oltre

Sport dopo il Covid, Bosio (Csi): «Pagine da scrivere»

Davide Imeneo

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In occasione della Giornata mondiale dello sport, che ricorre il 6 aprile, abbiamo intervistato il presidente nazionale del Centro sportivo italiano (Csi), Vittorio Bosio, rieletto alla guida dell’associazione il 6 marzo scorso. Con lui abbiamo parlato del mondo dello sport, soprattutto quello non professionistico, che sta soffrendo molto questo periodo di pandemia, chiedendogli se fosse stato possibile pensare a delle misure diverse per il settore rispetto ai protocolli vigenti: «Difficile rispondere a questa domanda - esordisce Bosio - perché in un momento tanto drammatico, quando in gioco ci sono la salute e la vita delle persone, ogni decisione porta con sé cose positive e cose negative. Chi governa e decide deve trovare il punto giusto per far convivere le due esigenze. Sono assolutamente d’accordo con la premessa, perché ho visto il nostro mondo soffrire pesantemente per l’impossibilità di fare attività sportiva. E penso che quanto pagato alla pandemia dal mondo dello sport di base, quello che noi rappresentiamo e fatto soprattutto di volontari, sia sfuggito all’opinione comune».

Secondo lei come sarà il mondo dello sport dopo il Covid?
Siamo davanti ad una grande sfida. Ci sarà chi getterà la spugna e rinuncerà definitivamente e chi invece inventerà un modo nuovo per proporre sport a misura di persona. Sicuramente per vincere questa sfida dovremo saper mettere al centro le persone e capire dove sono i bisogni, quali sono le necessità. Lo sport almeno inizialmente dovrà saper leggere quale società si è formata dopo il Covid-19. Sono fortemente convinto che dovremo avere grande capacità di ascolto, dei ragazzi prima di tutto. Ma attenzione: per ascoltare i ragazzi non basta avere un buon udito, bisogna avere un cuore capace di sentire le loro voci anche quando non parlano.
Le parrocchie e gli oratori avranno un ruolo nel mondo post-Covid. La fede che ruolo gioca per uno sportivo?
In entrambi i casi la risposta è un sì convinto. Parrocchie e oratori avranno un ruolo centrale ma dovranno saper essere attrattivi. Non basta riaprire le porte. Rendiamoci conto che quanto è successo ha costretto i ragazzi ad imparare a “star bene” in casa, isolati dentro quattro mura e fermi magari per ore e ore sul divano. Gli oratori sono invece gli spazi della vita all’aria aperta, del movimento, dell’incontro, dell’allegra condivisione con amiche e amici. In realtà non c’è molto da inventare, ma semplicemente riscoprire quello che abbiamo sempre fatto e riprendere a fare accoglienza. La fede in questo caso entra come l’aria per la vita. Dà senso e misura di tutto.
A Reggio ha fatto notizia la frase di Mario Situm, giocatore della Reggina, «purtroppo abbiamo giocato nel giorno di venerdì santo». Qual è la sua opinione a riguardo?
Capisco questa riflessione e, da cristiano, sono anche io colpito. Però sento di non poter giudicare. Chi lavora in questo mondo professionistico vive situazioni molto diverse da quelle affrontate da un Ente di promozione sportiva come il Csi. I professionisti sono stati chiamati a giocare e chi ha deciso probabilmente ha fatto i conti con tutte le problematiche connesse. Chi sente il bisogno di fermarsi il venerdì santo e raccogliersi in preghiera per partecipare con la mente e con il corpo alla via della Redenzione dell’umanità percorsa da Cristo verso la Croce avrà sicuramente trovato un modo per farlo.
Ci sono dei valori da custodire. Che consigli vuole dare a tutti gli educatori di comunità sportive che hanno a che fare con giovanissimi, giovani e meno giovani?
Non sono uomo di molti consigli perché preferisco la testimonianza. Suggerirei agli educatori di dimostrare quanto vogliono bene ai ragazzi che vengono loro affidati. Gli educatori sportivi facciano onore al loro sublime compito di educatori operando per mettere sempre al centro dei loro pensieri e delle loro azioni le persone, conquistandone la fiducia e l’affetto. Per certi aspetti siamo di nuovo a tante pagine bianche, tutte da scrivere, come avvenne quando fu fondato il Csi nel 1946. Un compito difficile perché, anche se non siamo a caccia di campioni, siamo chiamati a proporre modelli di vita cristianamente ispirati.
E ai sacerdoti cosa consiglia?
Sono i nostri pastori. Sono cresciuto chiedendo e aspettando sempre il loro consiglio. Quindi sono davvero a disagio nel pensare ad un “consiglio” da dare. Per nostra grande fortuna in Italia abbiamo ancora tanti bravi sacerdoti, anche se ogni anno che passa il numero diminuisce. Più che un consiglio perciò mi sento di dare una disponibilità ad operare con unità d’intenti per fare dello sport il luogo dell’accoglienza e della gioia di stare insieme. Stiamo vivendo i giorni della Pasqua, della Resurrezione di Cristo e della salvezza dell’umanità, nell’aria c’è attesa di ritorno alla vita piena. Rimaniamo fermi nella speranza e pronti a raccoglierci attorno ai sacerdoti per riprendere insieme il cammino della promozione dell’uomo attraverso la pratica sportiva, educativa e formativa.

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