Ai Overview: A 110 anni dalla tragica scomparsa di Umberto Boccioni, avvenuta il 17 agosto 1916 a Verona a causa di una caduta da cavallo, la figura del celebre esponente del Futurismo italiano viene analizzata attraverso una lente più intima e privata. Oltre l’immagine pubblica del teorico del dinamismo plastico e firmatario dei manifesti dell’avanguardia, si delinea il profilo di un uomo segnato da incertezze, fragilità e legami profondi. Dalla disillusione vissuta durante l’esperienza bellica al fronte, che lo portò a un distacco dalla retorica interventista iniziale, fino all’intensa corrispondenza con la principessa Vittoria Colonna e al rapporto viscerale con la madre Cecilia Forlani, la sua parabola umana e artistica appare complessa. L’anniversario offre l’occasione per ripercorrere le tappe di una vita interrotta a soli 33 anni, la cui eredità artistica continua a essere presente, seppur in forma anonima, nella quotidianità di milioni di cittadini europei.
La tragica fine e l’anniversario della scomparsa
Nel portafogli di Umberto Boccioni, la mattina del 17 agosto 1916, trovarono una lettera spedita da Vittoria Colonna, principessa romana, discendente dell’omonima musa di Michelangelo: era arrivata poche ore dopo che l’artista aveva smesso di respirare, nell’ospedale militare di Verona, dove morì a 33 anni. Il giorno prima, a Sorte di Chievo, la sua cavalla si era imbizzarrita alla vista di un autocarro: disarcionato, trascinato per la campagna, il massimo esponente del Futurismo italiano era stato ucciso dalla stessa figura della modernità che aveva celebrato nei manifesti e sulle tele. Oggi ricorrono 110 anni da quella morte e l’anniversario, quest’anno, cade nello stesso periodo in cui ricorre anche il 150esimo anniversario della nascita di Marinetti, fondatore del movimento futurista, coincidenza che offre l’occasione per guardare Boccioni oltre la corazza dell’avanguardista, perché dietro il teorico del Dinamismo plastico, il firmatario dei proclami incendiari, c’era un uomo attraversato da inquietudini e domande di senso.
Dalla fascinazione per il passato alla disillusione bellica
Nel 1907, allora 25enne, annotava nei taccuini: «Oggi ho visto un quadro che mi ha fatto inumidire gli occhi, la Pietà di Giambellino a Brera, è la perfezione stessa, il sogno di un artista non può andare più in là», paradossale, proprio lui che poi avrebbe invocato il rogo dei musei, piangeva davanti a un dipinto del Quattrocento. E negli ultimi mesi di vita, dopo aver attenuato l’elemento dinamico per riscoprire la lezione di Cézanne, scriveva a Vittoria Colonna: «Vi ho incontrata in un momento di crisi nei metodi, negli amici, in tutto». Questa marcia indietro era anche il frutto della guerra: Boccioni era interventista convinto, arruolato volontario nel 1915 con il Battaglione ciclisti automobilisti, Boccioni però aveva scoperto al fronte la distanza fra la retorica e la realtà; in una lettera dell’ottobre 1915 condensava tutto in una formula amara: «insetti + noia = eroismo oscuro». Destinato poi alle retrovie di Verona, qui ha vissuto mesi di ripensamento radicale. In quella fase della sua vita, sul Lago Maggiore, incontrò Vittoria e se ne innamorò con un ardore totalizzante: le scrisse per settimane, scoprendosi «timido e bambino», nello stesso periodo dipinse il ritratto di Ferruccio Busoni, l’ultimo quadro importante, e in calce a una lettera al musicista aggiunse un post scriptum: «Vedo, rileggendo, che ho ripetuto la parola felicità tre volte… Sono realmente in un periodo felice. Chi sa perché? Procedo con passo di danza…».
Il rapporto centrale con la madre
C’è però un legame più resistente delle linee-forza e del dinamismo plastico che attraversa tutta la sua breve parabola: il vincolo con la madre, Cecilia Forlani, alla quale dedicò 62 ritratti in poco più di dieci anni di carriera, un dato senza paragoni nell’arte del Novecento. Nel grande dipinto del 1912 il titolo stesso, «Materia», evoca la parola «mater»: il corpo di questa donna semplice, romagnola, cucitrice, diventa il luogo d’origine della pittura. Dopo la morte del figlio, Cecilia decise di voler essere sepolta accanto a lui nel cimitero monumentale di Verona.
L’opera simbolo e la presenza nel quotidiano
Oggi l’opera più celebre di Boccioni, «Forme uniche della continuità nello spazio», è la sola scultura di arte contemporanea raffigurata sulle monete europee: i venti centesimi italiani…milioni di persone la maneggiano senza sapere chi l’abbia creata, ma del resto è la sorte appropriata per chi voleva fondere l’oggetto con lo spazio circostante: essere ovunque, anonimo e presente, dissolto nel quotidiano.














Una risposta
Quante sono le opere del Boccioni? Dove si possono ammirare? Mi piacerebbe scoprirlo, forse se ne parla poco.